Guardiamo fuori: che non significa andare fuori, uscire a fare proselitismo, ma chiedersi cosa stia succedendo.
Nonostante il fatto che qualsiasi tipo di informazione in questa società è censurata, che in Italia qualsiasi tipo di notizia è filtrata dall’ansa, unica agenzia, basta comprare un giornale, guardarsi intorno per capire qual’è il paese in cui in questo momento viviamo.

Non abbiamo iniziato un’analisi, abbiamo semplicemente ascoltato il mondo, prima di arrogarci la presunzione/diritto di interpretarlo, siamo in qualche modo stati costretti ad ascoltarlo.
Le notizie si susseguono, i diritti negati alla stampa, gli omosessuali pestati, i migranti perseguitati dentro gli uffici comunali e colati a picco con le navi, il mediterraneo avvelenato, giornalisti e reporter assassinati, la scuola e l’università in via di smantellamento, case e scuole che crollano sotto la pressione del profitto, il suolo che cede, i cambiamenti climatici …

Il mondo ci parla di italiani invidiosi, di italiani razzisti in senso ampio: neri, donne, giovani, il razzismo di tutti contro tutti, di italiani che non riescono a pagare le bollette della luce, che vendono oro in uno degli innumerevoli negozi che spuntano ovunque.
Abbiamo trovato italiani solidali, preoccupati per il loro territorio avvelenato e spremuto, italiani di tutti i colori che scendevano nelle piazze antirazziste, italiani che salivano sulle gru e sulle torri per difendere la loro sopravvivenza, la loro dignità, le loro famiglie.

Con le lenti della nostra posizione, dell’essere italiani, guardiamo il mondo, un mondo che non ci saremmo mai immaginati di vedere, un mondo in cui i disastri dei terremoti, dei nubifragi, delle frane sono i disastri che hanno lo stesso odore del nostro: speculazione edilizia, incuria, menefreghismo, avidità, corruzione, nepotismo, un mondo in guerra, un mondo spaventoso, un mondo dove la gente si offre come cavia per continuare a vivere, dove nelle aziende ci si suicida, in cui le case farmaceutiche ci impongono farmaci di cui non abbiamo bisogno e ci negano farmaci di cui abbiamo bisogno, foreste equatoriali che continuano ad essere distrutte nonostante i Lula sparsi per il mondo, le guerre che continuano ad esserci nonostante gli Obama sparsi per il mondo.

Abbiamo elencato tutto questo senza dargli un ordine di importanza, casualmente, attraverso le nostre diverse sensibilità. A volte in ordine temporale, ma ci è bastato ascoltare il mondo per capire che non siamo i soli a vederlo così com’è, che tutti, ma proprio tutti, perché lo subiscono sulla propria pelle, si rendono conto di ciò che succede.
Non siamo circondati da gente incosciente, siamo forse circondati da gente come noi che non sa se e come è possibile cambiare questo mondo, da dove e come iniziare.
Abbiamo capito che non è utile spiegare a nessuno quello che succede, ma insieme ascoltarci e domandarci cosa stia succedendo e come fronteggiarlo, ognuno dai propri punti di vista differenti, differenti perché provenienti da culture differenti, da condizioni economiche differenti (un povero del sud del mondo non è uguale a un povero dell’occidente), differenti perché ognuno di noi si sviluppa con un punto di vista sul mondo unico, una sensibilità unica. Per chiarire, il punto di vista di un 30enne nato in palestina con il padre morto a Sabra e Chatila non ha lo stesso punto di vista di un 30enne insegnante precario in Italia, ma in comune abbiamo questo mondo, la mancanza di libertà, l’indignazione per le ingiustizie subite sotto diversa forma, in differente misura, che ci hanno permesso di sviluppare anche modi di cercare le maglie nella rete del capitalismo differenti, di trovare fessure differenti.

Ci sembra che le differenze siano la nostra uguaglianza, che non bisogna averne paura, non c’è un popolo eletto al cambiamento del mondo né un soggetto sociale necessariamente rivoluzionario.
Le differenze ed i punti di vista diversi possono diventare una ricchezza, il territorio dell’uguaglianza, il territorio comune dove ognuno mette a disposizione i propri saperi sul mondo.
Ora più che mai è necessario ascoltare, ora più che mai è necessario sovrapporre, sperimentare percorsi paralleli, perché non abbiamo partiti, perché le forme di organizzazione alternative ai partiti sono fallite, perché le parole d’ordine non funzionano, diventano riduttive, parziali, riguardanti fette di mondo e settori sociali.
Oggi più che mai non ci serve una linea comune, ci serve mettere in comune percorsi, pratiche, saperi, teorici di provenienze differenti e umilmente domandarci insieme.
Mettere in comune non significa appiattire le differenze, ma rendergli giustizia nella libertà di esistere insieme.

Darci spazio nell’agire politico, senza mettere distanza gli uni con gli altri, senza mettersi in difesa di gruppi o luoghi, ma cercare mescolanze e contaminazioni. Non snaturare le diversità, ma farle vivere insieme, perché nessuno di noi, oggi, ha la ricetta per rendere migliore questo mondo.
Oggi più che mai ci sembra utile che la potenza del fare sia al centro del nostro agire politico, che troppo spesso è diventato potere su, potere sulle cose e sugli altri, potere sulle decisioni ed anche, persino, quando si trattava di lavorare nei movimenti, e non nei partiti, nei centri sociali e non nelle sedi.
Essere nel movimento, essere fuori e altro dalle istituzioni non ci ha protetto dall’esprimere potere e non potenza, non ci ha protetto dalle gerarchie, non ci ha protetto dalle ruolizzazioni, non ci ha protetto dalla linea uguale per tutti a cui si poteva aderire o soccombere, e mentre si era impegnati ad egemonizzare i movimenti si diventava marginali, si permetteva ai poteri interni al sistema di trovare vie nuove per mantenersi, per rigenerarsi.

Oggi ci piacerebbe camminare domandando come gli zapatisti, avere la pazienza dei palestinesi, il coraggio di chi dichiara la sua diversità sessuale, la capacità di mettere in crisi delle donne e la profondità affettiva nel farlo, la vitalità degli studenti, l’immaginazione degli argentini, la resistenza delle comunità originarie, la tenacia degli statunitensi.
Ci piace pensare che sia attuale oggi l’idea di un comunismo che è abitare insieme questo pianeta, gestire insieme le risorse, ci piace pensare come il Che“che il vero rivoluzionario è guidato da sentimenti d’amore […] che bisogna lottare tutti i giorni perché questo amore per l’umanità viva si trasformi in fatti concreti”.

Raccogliere ancora una volta la sfida anarchica di creare un mondo attraversato da rapporti orizzontali e non verticali.

« Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da princìpi ma da fatti. I comunisti non hanno come presupposto questa o quella filosofia, ma tutta la Storia finora trascorsa e specialmente i suoi attuali risultati reali nei paesi civili. »
[Friedrich Engels, Deutsche- Brusseler- Zeitung]

Non ci basta una teoria, non vogliamo ridurre le nostre pratiche mettendole nella scatola di un’unica teoria, ma vogliamo utilizzare tutte le teorie di liberazione per comprendere e superare la realtà che viviamo.
Quando immaginiamo un mondo diverso, immaginiamo tanti mondi diversi, tante modalità di costruire, organizzarsi, vivere, che non hanno una forma perfetta ma perfezionabile, una continua ricerca.
Non un mondo unico guidato da un unico principio di funzionamento.

Guardiamo fuori, senza bisogno di andarci, perché anche noi siamo li fuori insieme agli altri, insieme a tutti, non abbiamo bisogno di spiegare niente a nessuno, di portare una linea a qualcuno, ma di cercare domande intelligenti per darci risposte comuni.