di Marco Colonna
Il testo scritto per Natacha Daunizeau, è un gesto di amore. Per tutte le donne. Per la loro capacità di lottare, resistere, amare ed inventare il Mondo. Oggi, più che mai, mi sembra necessario non lasciarlo nel contenitore dello spettacolo costruito su di esso. Lo lascio qui a chi lo voglia leggere, a chi lo voglia usare.

Frammento Marco Colonna

Certo, (che) sarebbe potuto essere diverso.
Certo, (che) sarebbe potuto essere diverso.
No, non il finale, quello è assolutamente la mia parte preferita.
Ma l’inizio.
Fin troppo banale.
Fin troppo ironico. E alla fine non ci sarebbe stato nessun motivo.
In fondo non ha senso.
Nessun senso.
Una sognatrice, perché di sogni ero piena.
Ballerina, dottoressa, astronauta e viaggiatrice.
Su questo punto non si può trattare.
Io necessito viaggiare, vivere il Mondo e nel Mondo.
Ed è cominciata così, viaggiando, che sono rimasta dove… ero.
Il sogno di una bellezza incrollabile,
di un tumulto continuo,
della passione…
Una candela dalla flebile fiamma.
Di un clarinetto, il canto.
La voce di Eleonora.
Lei è stata la prima.
E ancora (non) riesco a non piangere.
Non si può strappare le viscere di una persona e lasciarla così,
sola ad aspettare il rimaginarsi delle ferita.
Non si chiude, non si placa…
Cerco di scappare.
(E ) non riesco a muovermi,
trasporto un armadio sulle spalle,
troppo scomodo,
troppo faticoso.
E alla fine dei conti…
troppo inutile.
Quando mai ho conosciuto la bellezza?
Magari… la retorica della bellezza,
il suo essere sciupata,
dozzinale,
così languida, consolatoria…
Ma io lo so, lo sento, lo vedo
Non è così…
C’è molto di più, c’è qualcosa che mi sfugge, che mi fugge…
Mi volterò a guardare l’odore del mio passaggio?
Comincia con un parto, col dolore, il pianto.
Prima ritmo e calore.
Acqua.
Unione, sintesi, (…) Creazione.
E non è così che nasce uno sguardo?
Non è così che ci presentiamo?
Non è forse così che comprendiamo?
Con un gesto di unione.
Con le parole,
(con) gli occhi,
(con) le mani,
(con) la pellle…
Con il nostro respiro.
E quante volte il singhiozzo delle nostre emozioni interrompe lo
scambio?
Quante volte la paura ci acceca,
ci ottunde anche il semplice “sentire” di queste mani?
Cerco di viaggiare, cerco di non stare ferma, cerco la rivoluzione.
La vertigine del cambiamento, (del combattimento),
La lussuria della conoscenza,
sempre e solo per trovare una bellezza, la mia bellezza,
che veste alla mia idea,
alla mia visione,
nata come sbaglio nella mia testa.
Il battito d’ali di una farfalla
La gemmazione di una gerbera in un campo assolato
Il colore del fiore di un cardo selvatico…
Credi veramente (che questo) sia normale?
Che tutto questo sia la normalità?
Il Rosso è il tramonto,
non può essere il lago di sangue aperto oltre la valle della
presuntuosità
parassita
di voi, uomini.
Il Giallo è il grano della mia Terra
Non l’oro che bramate con ferocia ferina
Il verde è il manto delle mie montagne
Non il colore del ciarpame per cui occupate le vostre vite in
indomite esistenze di schiavi.
Ho viaggiato scappando,
Alla ricerca del punto di contatto fra me
e la mia idea di me
Ho percorso un arco teso, tirato e risonante
Per ricominciare ancora e ancora…
Quante volte il sorriso l’ho scambiato per felicità?
Quante volte lo scirocco mi ha reso molli le ginocchia?
E voi lo sapete quante volte vi ho deriso?
Quante volte ho invidiato le vostre esistenze di nulla.
Quanto dolore ho mandato giù, in fondo alla gola, sentendola
bruciare e seccarsi ?
E su quanto vino poi ho ballato, su quante carezze ho riposato….
E voi “senza volto” dove eravate?
Io viaggio, mi muovo per non stare ferma,
per non rimanere sola,
con il pensiero di essere orfana di un contatto
che mi renda umana.
I piedi fanno male,
la schiena si incurva
il mio corpo diventa bastone della vecchiaia del Mondo.
Antica e sovrana come ogni donna,
come ogni femmina.
Oscura e capricciosa quanto solare e frizzante…
Non è così che mi avete sempre descritto?
Non è quella la descrizione che continuate ignobilmente ad
assegnarmi?
E sarei quantomeno scortese a non immedesimarmi…
Non credete?
(SOLARE)
Quante femmine muoiono in battaglia?
Quante si difendono con le braccia davanti al volto?
Quante?
QUANTE?
E quante si alzano in piedi anche dopo essere state spezzate in
due,
quante fanno crescere i loro capelli per spazzare la sozzura del
vostro pavoneggiante dominio….
E quante perdono i confini diventando acqua,
quante si perdono, mutate in oleografie di se stesse?
Quante.
Quante.
Mi alzo, cammino, riprendo il viaggio…
Vado e vado e divento uomo nel mio essere donna,
emanazione
contemporanea
del mio controllo,
del loro controllo,
del mio abbandonare la storia, la memoria,
l’essenza stessa della bellezza che cercavo…
Deformità maschile (nel mio) non avere i fianchi grandi,
nel mio seno non materno
eppure…..
eppure come me,
migliaia muoiono per il male di questi tempi avvelenati
colpite nel loro essere indissolubilmente donne
alla fonte candida del nutrimento umano.
(E) mi fermo, respiro e torno indietro
Odorando i primi passi del mio vivere
Credete sia facile (vivere)
qui?
Nell’opulento occidente che ci assegna un prezzo
(e) un codice
al momento della nostra nascita
Credete si possa veramente parlare di libertà
qui?
O da qualunque altra parte?
Che cosa è la Libertà?
Forse il rendersi presentabili per un colloquio di lavoro?
Forse mantenere un decoro in tarda età?
Forse è libertà smettere di giocare?
Di innamorarsi, di credere nelle fiabe
Di smettere di immaginarsi in altri posti
davanti altre persone
Diversi, in continuo movimento
in trasformazione…
Mi annoio al solo pensiero di rimanere su una linea sola
E di chiamarla Mondo !
Ho ferrato i miei piedi alla nascita, per camminare su ogni terreno
Ho aperto grandi i miei occhi per ricordare ogni cielo
Robuste le braccia per sollevare i pesi dell’esperienza
(e dell’esistenza)…
E poi …
Le mie ali sono grandi.
Non le vedete?
Problema vostro
Le mie ali sono enormi quanto il sogno
Forti e resistenti…
Ancora non le vedete?
Davvero?
Allora siamo messi peggio di quanto pensavo
Molto peggio
Se non vedete le mie ali, presumo che non vediate neanche le
vostre…
Ma davvero, pensate agli angeli come a dei bambini paffutelli con i
capelli dorati e le ali di pollo?
Che l’immaginazione abbia creato questo ibrido un bel po’ ridicolo
a cui
noi
da bravi
ci sottomettiamo
e nel peggiore dei casi rimettiamo le nostre sorti?
Ali.
Noi tutti le abbiamo.
No?
Credete?
Pensate al giorno in cui i vostri occhi hanno scrutato l’orizzonte
e per la prima volta lo hanno compreso.
Pensate all’abbraccio di chi amate,
alle lacrime-righe sulle guance,
il batticuore,
la pelle d’oca ogni volta che vi siete soffermati a “sentire” le vostre
emozioni
e non
a subirle.
Eravate dove?
Se non in alto, in un altro posto,
in uno spazio sconosciuto,
che non ci appartiene ma in cui spesso
abitiamo come astratti.
Ali
Ali che spazzano la bruttura
Le distorsioni dei nostri sguardi
Ali che ci portano in alto e ci rendono liberi…
Ancora non le vedete?
Problema vostro… (“Ciechi!”)
Ma detto fra noi….
Vi manca qualcosa
SENTIRE
Si sente anche il dolore
Ed è forte…
Ma… preferisco soffrire che essere una bambola di plastica sul
comodino delle
possibilità
Preferisco sudare (e) macchiarmi
Gridare (e) stare in silenzio
Vivere negli estremi
Nei silenzi e nel caos tutto attorno
VEDERE
Un’immagine del futuro,
un sarto con fili di parole,
ricucire strappi osati nel passato
I confini del buio
Il colore del passaggio fra notte e giorno
Osservare la quiete farsi musica
E MUOVERE
Il tempo come un gioco ad incastri
Il mio corpo in danza antica
La mia lingua in baci interminabili
A succhiare l’essenza dell’amore
A tatuarla nel mio sentire
A inciderla nella mia memoria e farne legge
Onore e giustizia
STRINGERE…
Gli alberi in un abbraccio ruvido
Sentire la pelle ricordare superfici di giganti
La mano intorno al collo della viltà
Le mie spalle sotto la pioggia
Il tempo per non farlo andare via
Le mie ali….
E le vostre, miei cari signore e signori.
Imbonisco forse il vostro essere vivi?
Siete vivi?
Lo sapete cosa vuol dire?
Vi sentite vivi?
Lo siete?
Anche i bambini hanno perso l’immaginazione
E le madri li curano sequestrando i loro sogni
E i padri ridotti a poca cosa
Con la paura anche solo di essere tali
I sogni…
I SOGNI
Credete che siano veramente le divagazioni digestive di un giorno
di festa?
Sono i mattoni di fango e sterco di un villaggio africano
La casa del nostro istinto
La cura per il male della religione del progresso
L’unica salvezza
Una strada
Per la bellezza
La BELLEZZA
La cerco ancora
Soffermandomi sul silenzio
Sul suono
E quella musica ancora non mi lascia
La voce
Il dolore
La pancia
Il sudore freddo, bianco
Mostro orripilante di carnale voluttà
AMARO
Amaro Amaro
Ho viaggiato per rimanere dove, ero
Qui ora e adesso
Porto me come bagaglio necessario, come bagaglio a mano
Mi accompagno nella bolla
E mi guardo intorno
INFINITO
E
NULLA TUTTO
Ho voluto tutto e lo voglio ancora
Femmina prima che Donna
Amante prima che Madre
Viva prima che Morta
Silenzio prima che Canto
SILENZIO
[Marco Colonna]

Frammento è anche una performance, una performance che vuole essere un gesto di amore verso la femminilità, verso l’essere donna, verso il combattimento fra ciò che si è e quello che si vorrebbe essere. La lotta fra la parola ed il suono simbolo della lotta fra il pensiero e il luogo comune, fra il buion senso e lo stereotipo di una condotta sociale in cui la donna viene oltraggiata, offesa, fino nei casi più tragici, uccisa

Testo: Marco Colonna
Regia : Natacha Danizeau
Scenografie e Luci : Marc Reynaud

In scena :
Marco Colonna : clarinetti
Natacha Danizeau : attrice