Un'esistenza Collettiva Felice

di A. Torre

La domanda fondamentale è: quali sono i presupposti per una esistenza felice?
Non un’esistenza individuale felice, ma l’esistenza di un essere sociale felice. Inevitabilmente, per un essere umano, la felicità non può che essere felicità condivisa, se non si vuole che si trasformi in lotta competitiva per la propria felicità, che si traduca in guerra tra esseri umani, in una guerra costante.
Ciò che noi ricerchiamo è una felicità condivisa e partecipata, un’esistenza attiva con libertà di scelta, un’esistenza solidale e creativa.
La sfida adesso è pensare a come può essere declinata questa felicità, una felicità che, per esser tale, non può che essere molto di più delle semplici strategie di sopravvivenza, non può che essere lontana dal mercato capitalista. Lontana dalle 10 grandi sorelle che controllano tutti i prodotti presenti sul mercato, che controllano le sementi, che curano le nostre malattie con le medicine delle loro case farmaceutiche, che vaccinano i nostri bambini, che hanno potere sui corpi delle donne. Lontana quindi dalle strategie di sopravvivenza: mercati altri che seguono le vie tracciate dal capitale o i ritorni ad antiche pratiche contadine, faticose e molto distanti dall’idea di liberazione dal lavoro. Con un’urgenza forse mai avuta prima, oggi è necessario riafferrare, nel suo significato più profondo, la parola autonomia; un’autonomia che sia indipendenza dal sistema capitalista, dal suo bulimico bisogno di consumo energetico e delle risorse del pianeta.
La nostra ricerca di felicità corrisponde, oggi, alla ricerca di una sovranità tout-court, a partire dalla sovranità alimentare.
Una sovranità alimentare che non è richiesta a gran voce dai contadini di un’altra generazione né dai cosiddetti imprenditori agricoli, ma dal cuore delle città e dai margini delle campagne, dove una nuova generazione di uomini e di donne si è spostata per cercare nuovi modelli di vita, ma anche, più spesso, per riprendere parola con pratiche diverse, con uno sguardo aperto al resto del mondo.
La necessità forte è quella di prendere parola direttamente, senza intermediari, portavoce, rappresentanti, facilitatori. È accaduto negli ultimi anni nelle piazze d’Europa: la gente, in cerca di autonomia, ha ripreso la parola e rilanciato pratiche collettive.
Le piazze occupate sono state il simbolo della riappropriazione dell’esistenza, della ribellione alla negazione di un’esistenza attiva, del rifiuto di un’esistenza in cui niente si può decidere e si può solo scegliere tra opzioni già date.
In Italia questa riappropriazione della piazza è stata negata. Ancora una volta è stata negata la nostra stessa esistenza e non abbiamo saputo opporre il fiume che ci unisce perché troppo concentrati sui mille torrenti che ci dividono. Ci troviamo di fronte alle tante nocività che negano ogni giorno la nostra esistenza attiva: mille e quotidiane possono essere le risposte.
Due sono i piani che sembrano importanti, che sono emersi nei movimenti europei e che paiono strettamente connessi: il praticare alternative autonome – dalla ricerca di autonomia politica a quella energetica – e la presenza costante della lotta nelle piazze – non come semplice presenza, ma come agire politico di opposizione. Non basta più la difesa dei diritti, che come battaglia è risultata debole rispetto alla devastazione ambientale cui siamo di fronte, ai migliaia di migranti che muoiono ogni giorno nel nostro mare, ai cambiamenti epocali a cui stiamo assistendo. Si tratta di riprendere la parola giustizia, di riprendere parola, di determinare sovranità sulle nostre vite, di cercare la costruzione di una felicità collettiva.