Tolosa Nuit Debut

di S. Torre

«Noi non abbiamo alcuna rivendicazione, semplicemente si deve fermare tutto, tutto il paese», mi dice una ragazza evidentemente stanca per la lunga sequenza di notti di occupazione e di levatacce. In effetti da quando le azioni politiche hanno iniziato a contemplare i blocchi della circolazione, da queste parti bisogna seguire gli orari dell’ingresso in città e i picchetti iniziano alle 6 del mattino. Ma in confronto a quello che fanno i lavoratori che presidiano le raffinerie, dicono tutti, non è un grande sforzo. «Se loro applicano il 49.3 (l’articolo della costituzione che permette al primo ministro di approvare una legge senza la votazione del parlamento), bloccano la democrazia per imporci la legge sul lavoro, allora noi blocchiamo il paese».
Nella Place du Capitole di Tolosa, una grande piazza pedonale che ricorda lo stile delle città spagnole, due piccoli gazebo contornati da una serie di ragazzi seduti per terra indicano la presenza inequivocabile di Nuit Début, il movimento che in due mesi ha trasformato la politica francese. Il primo copre una cucina popolare, il costo minimo di un pasto è un euro, chi vuole però può dare di più, per sostenere l’esperienza; il secondo copre un banchetto che serve come punto di coordinamento, per informare gli appartenenti al movimento. Un tavolino con dei volantini, dietro cui siede un altro ragazzo assonnato, serve invece ad informare i passanti. Ogni giorno alle 18.00 c’è l’assemblea aperta a tutti, chi vuole può prendere il microfono collegato a due grossi altoparlanti e farsi sentire da tutta la piazza, parlando però principalmente a chi sta seduto per terra. «Noi non abbiamo portavoci ufficiali, abbiamo un comitato per la comunicazione, in cui ci si impegna a spiegare la nostra lotta e le posizioni che emergono dalle assemblee che ci sono in tutto il paese», mi dice un trentenne magro dall’aria più riposata degli altri e infatti il mio contatto, con cui ho scambiato diverse email, non si trova. Scopro dopo un po’ che è stato impegnato dalle 5 del mattino insieme agli cheminots, i lavoratori delle ferrovie che hanno bloccato la stazione questa mattina. Il programma del giorno che si trova sul sito spiega però perché l’immagine presentata dalla maggior parte della comunicazione politica è riduttiva, prevede infatti dopo l’assemblea des paroles libre dei gruppi di lavoro: legge sul lavoro, disobbedienza civile, fabbricazione bandiere e striscioni per il blocco del 26 maggio. La mattina dopo riusciranno a creare 56 chilometri di coda intorno alla città dall’alba alle 9. Nel pomeriggio il corteo convocato da diverse sigle sindacali sarà seguito da oltre 20.000 persone.
I gruppi di lavoro si svolgono in piazza, seduti in circolo per terra e chi partecipa si prepara prima, studia, per contribuire alla discussione. Nel frattempo i turisti e gli abitanti della parte più ricca della città attraversano la piazza e seguono incuriositi le attività. L’ingresso del Téâthre du Capitole è di fronte alla cucina popolare, a 5 metri e quando ci sono gli spettacoli il risultato è comico, perché il pubblico ben vestito deve attraversare la piazza occupata per entrare. Il 25 maggio un gruppo di attivisti della Coordination des Intermittents et Précaire, il coordinamento dei precari del mondo della cultura, porta degli striscioni per protestare prima della messa in scena dell’Italiana in Algeri di Rossini. Chi sta in piazza li segue, li ascolta, poi qualcuno dice: «entriamo». Un centinaio di persone occupano il foier, poi arrivano un megafono e le televisioni. Il direttore del teatro è paonazzo, i lavoratori del CIP appendono gli striscioni sui balconi del primo piano che danno sulla piazza. Nel frattempo arriva il pubblico e va in scena la frattura della società francese. Molti di Nuit Début sono rimasti fuori, per parlare, la strategia di comunicazione politica più antica. Si confondo tra la folla davanti al teatro e iniziano a parlare con tutti. Un signore ben vestito li insulta invocando misure severe da parte del governo, ma loro lo deridono, una coppia di turisti danesi capitata per caso li ascolta con attenzione. Un capannello segue il direttore del teatro che dopo mezz’ora è costretto a salire su una panchina e gridare che lo spettacolo è annullato tra gli applausi degli occupanti. Il gruppo che si forma al centro è forse il più interessante, alcuni signori di una certa età, che chiaramente hanno diversi trascorsi politici nella sinistra socialista, cerca di convincere i ragazzi che stanno commettendo un errore, una di loro arriva a chiedere, tra l’imbarazzo degli altri, perché negli striscioni ci sia un attacco al MEDEF (la confederazione degli industriali), quando si sta discutendo di una legge proposta dal governo. Poi provano a giocare la carta della fiducia nelle istituzioni democratiche e della rappresentanza in parlamento. Il risultato sembra costruito per una commedia, in cui alla fine gli occupanti sono più allegri di prima e il gruppo di signori si allontana in silenzio con l’aria evidentemente avvilita, mentre qualcuno continua ad invitarli a ripensarci e a unirsi al movimento.
La spaccatura è evidente in tutta la società francese ormai, perché in pochi anni sono stati rimessi in discussione tutti i primati che il paese vantava nel campo delle democrazie occidentali, dalla libertà di espressione alla tolleranza, dal primato nella difesa del lavoro all’uguaglianza sociale. On lache rién è tornata a risuonare nelle piazze francesi esattamente come nelle manifestazioni contro il governo Sarkozy, a cui pure il Partito Socialista aveva strizzato l’occhio in attesa delle elezioni. La canzone di HK & Les Saltimbanks viene cantata nei cortei a passo di marcia e ripresa, come slogan, nei cartelli scritti a mano; sembra ancora una buona sintesi per un complesso movimento sociale che piano piano si allarga in tutta Europa, adesso tocca alla Francia.
La società europea in pochi anni è stata scardinata dai suoi elementi fondamentali ed ora inizia a vacillare seriamente. «Il lavoro non appartiene più agli elementi costitutivi degli stati né ai diritti acquisiti, il nostro pagamento dei debiti contratti dal governo con la grande finanza invece sì», grida da un camion, durante il grande corteo del 27 maggio, uno dei sindacalisti di Solidaire, la confederazione di sindacati che fino a pochi mesi fa era il gruppo di riferimento dei non allineati e adesso insegue, come gli altri, il movimento di Nuit Début. Le piazze e le strade francesi sono molto facili da seguire, il ragionamento politico è basilare: ci hanno tolto tutto e non ci offrono niente, non c’è più nulla che possa attrarre nel modello di società in cui viviamo, a parte un sempre più improbabile lontano miraggio di ricchezza. Il tutto è espresso durante una fase di presa di coscienza in cui una buona parte di partecipanti non ha ancora un’idea precisa. «L’unica cosa che ci accomuna senza dubbio è il rifiuto della politica dei partiti e del governo, insieme alla lotta contro la precarietà» dice il ragazzo che ha riposato, poi però precisa che nei gruppi di lavoro parlano di crisi e superamento del capitalismo.
Così, mentre una sempre più imbarazzante e platealmente corrotta classe dirigente è impegnatissima ad affondare definitivamente gli ultimi malconci resti del socialismo e della grande tradizione democratica francesi, almeno tre generazioni occupano le piazze delle grandi città. Una decandenza così veloce da far impallidire il tempo che ha impiegato il ceto politico italiano a svendere per pochi euro tutto ciò che restava delle grandi famiglie politiche e ad inventare un modo per rendere presentabile la miseria morale che governa il paese.
Eppure sono il frutto dello stesso identico percorso programmatico seguito dalla svolta neoliberale: eliminare l’opposizione di sinistra dai parlamenti, fosse anche vagamente socialdemocratica, annullare tutti gli statuti dei lavoratori e le contrattazioni nazionali, occupare gli spazi pubblici e precluderli alla politica, annichilire la produzione culturale e selezionare il ceto dirigente tra i migliori sostenitori del sistema finanziario internazionale, meglio se tra chi si è già distinto per una bassissima soglia di moralità. Un percorso che maschera un’azione di una violenza inaudita a cui in qualche modo stanno rispondendo adesso, dopo lo choc degli ultimi anni solo le nuove esperienze, a rispondere sono in parte le generazioni più colpite.
Le piazze sono occupate con una forza assolutamente inaspettata, perché la questione di fondo non è la quantità di persone che il movimento riesce a coinvolgere, in ogni caso notevole per un tipo di lotta che si prolunga nel tempo, ma il fatto che tutte le organizzazioni politiche, dalla destra postfascista neorevanchista alla sinistra anticapitalista nata negli anni Novanta, sono costrette ad inseguire i temi e le la parole d’ordine di quelli che tutta la politica e i grandi media chiamano paternalisticamente “i giovani”. L’appellativo serve evidentemente a sminuire la portata dell’esperienza politica che continua a diffondersi in tutto il paese, a nascondere l’idea che esista un movimento sociale che tende a seguire quello del 15M spagnolo per importanza, ma tradisce anche un senso di evidente inadeguatezza delle categorie usate tradizionalmente nella cultura europea per definire le appartenenze politiche ed ideali. Il movimento contro la loi travail ha fatto esplodere le contraddizioni interne alla società francese, ma anche quelle tra diverse esperienze politiche. Nulla di nuovo per gli ultimi anni, una legge che abolisce la contrattazione nazionale, aumenta il grado di precarietà del lavoro e rende più semplici i licenziamenti. La CGT, la Confédération Géneral du Travail, travolta dagli scandali e da anni su posizioni sempre più interne al Partito Socialista è stata costretta a tornare in piazza, per l’emorragia di consenso che rischia di ridimensionarne il peso nazionale in termini imprevedibili, sicuramente non è più la prima organizzazione sindacale del paese. Scavalcata a sinistra da un numero sempre più ampio di confederazioni di precari, sindacati anarchici, organizzazioni autogestite, non teme più solo la crescita di Solidaire e viene superata anche nelle proposte pratiche dalle piazze. La grande questione della convergenza tra le lotte, che inizialmente era stata usata dai giornali della gauche per ridimensionare il movimento in atto, invocando la necessità di coinvolgere tutto il mondo del lavoro, non solo i giovani precari, è diventata la definizione che viene usata per il sostegno reciproco tra le varie organizzazioni. «La questione però è ancora del tutto teorica, è da discutere la modalità con cui si può realizzare» dicono alcuni ragazzi che siedono in piazza. Sarà, ma la Francia rischia veramente di restare paralizzata, senza benzina, con treni e aerei fermi, strade bloccate e piazze occupate, sembra che ci siano già elementi molto tangibili. Sono le questioni che vengono poste dai movimenti ad essere semmai molto più ampie di quanto venga raccontato dai grandi media.
Dopo aver distrutto ogni residuo di dignità del lavoro e aver aperto definitivamente la strada al modello di regolazione sociale neoliberale che ha annullato il senso stesso dell’idea d’Europa, propagandata per decenni come un grande risultato della gauche francese, adesso il malfermo governo di Manuel Valls prova a continuare l’inseguimento del consenso a destra che lo porterà alla prossima sconfitta elettorale. Il primo ministro ripropone in modo tragicomico lo scontro contro i casseur, la canaglia di Sarkozy, i distruttori che si mischiano alla gente perbene; la polizia inizia ad avere la mano pesante nei confronti dei manifestanti e già ci sono diversi feriti sulle strade di Parigi. Casseur è ancora la parola che grida durante il corteo il direttore della filiale di una finanziaria ad alcuni manifestanti che passano davanti alla sua agenzia con bandiere e tamburi, suonando una marcia. Loro rispondono ballando e cantando.
La storia si sta rivelando spietata nei confronti del ceto politico delle sinistre europee, ormai schierato in prima linea nel perseguire chi non aderisce alla più pura e violenta visione predatoria del mondo prodotta dal capitalismo. Sarà abbandonato al proprio destino e ricordato per la sua corruzione, come probabilmente tutte le categorie classiche della democrazia che ha svuotato di significato per giustificare la propria decadenza. Le proposte sociali, in Europa, vengono da un’altra parte, dall’insieme dei movimenti che ne sta attraversando la società. I ragazzi hanno fretta perché devono organizzarsi per i blocchi di domani mattina, prima di salutarli gli chiedo se conoscano la composizione del movimento, se sappiano chi sono: «Abbiamo in media titoli di studio elevati, veniamo da tutti i settori sociali, anche se in prevalenza da famiglie di lavoratori. Siamo tutti precari e disoccupati a fasi alterne, come chiunque debba lavorare ormai. Molti di noi hanno esperienze politiche pregresse, ma la maggior parte è scesa in piazza per la prima volta il 31 marzo. La notte dell’inizio».