stonewall

di E. Montemurro
Scende dal treno la mia compagna e le vado incontro col passo veloce dell’attesa. Finalmente ci sciogliamo l’una nell’abbraccio dell’altra e, quando le accarezzo con amore il volto, incrocio lo sguardo di una donna nigeriana tra i passeggeri sulla banchina. Leggo una sola parola sulla sua espressione: schifo. Ribrezzo di noi, del nostro amarci col cuore in luce. E’ la prima volta che mi accorgo di provocare questa reazione. Ho ricevuto sguardi di disapprovazione, indifferenti, sguardi di odio, ma lo schifo è la prima volta che lo incontro. Chissà quante volte lei ha ricevuto lo stesso sguardo per il suo essere straniera, donna nera qui in Italia. Scoprirò dopo che in Nigeria l’omosessualità è punita per legge, che le donne lesbiche vengono sottoposte a stupri correttivi e che battersi per il diritto all’esistenza come omosessuali significa rischiare la vita. Eppure la Nigeria non è così lontana, considerati suicidi e violenze perpetrate anche in Italia con questa causale scritta sul retro. L’estate scorsa al Pigneto, quartiere alternativo di Roma, due transessuali sono state aggredite in strada e non hanno ricevuto soccorso nei negozi in cui tentavano di rifugiarsi. Una mia giovane amica e la ragazza, sono state minacciate da un gruppo di coetanei sul litorale di Ostia: “Ci hanno rincorse fino alla metropolitana gridandoci Lesbiche di merda vi facciamo assaggiare il cazzo!”. Se le avessero raggiunte, i giornali del giorno dopo avrebbero parlato di branco, qualcuno si sarebbe stupito di come da bravi ragazzi si erano trasformati in feroci persecutori. La minaccia dello stupro come strumento politico di riduzione ad un presunto ordine naturale, inventato stabilito decretato da forme di potere, di cui ci si può con diritto sentire tutori, con metodi che prevedono l’annientamento dell’alterità che non si nasconde, la soppressione dell’anomalia, l’asportazione del cancro. E’ ancora facile sentir parlare di “natura” o “famiglia naturale”, parole che si ammantano di un senso del sacro che è puro dominio, giustificate da termini medici da clinica SS. A pronunciarle non sono pochi retrogradi di un mondo in estinzione, ma persone e gruppi che hanno diritto di parola ovunque: sono al contatto con i ragazzi nelle scuole mentre scoprono la propria identità sessuale, si affacciano nelle nostre case sentenziando nei talk show, si prendono le piazze come Sentinelle in piedi, sono gli stessi che occupano stanze di ospedali col Movimento per la vita, che negano ad altri le scelte e la stessa vita per quello che è, come se ancora si potesse negare che la terra è tonda e che gira intorno al sole e non viceversa. “I bambini non devono sapere perché questa società non è ancora pronta” dicono i benpensanti che si trovano ovunque, anche tra gli stessi gay, per cui proteggere significa restringere la visuale, non rendere esplicita la realtà e così facendo la società, pronta non lo sarà mai. Un fascismo che si presenta in versione soft, da soap opera per tutti, coltivato in una cultura della discriminazione e da pratiche di oppressione e annientamento, che anima con la stessa violenza moralismi e spedizioni punitive.

Grazie alle battaglie di donne e uomini che hanno avuto il coraggio di sfidare le convenzioni sociali rischiando tutto, famiglia amici lavoro perfino la vita, di attraversare i confini delle zone deputate, di uscire dai ghetti, oggi abbiamo delle città praticabili in cui come omosessuali abbiamo spazi di agibilità, quando scappiamo dalle periferie e dall’immensa provincia italiana, ma le nostre diversità sono solo parte dell’arredo urbano, siamo tollerati e non accettati, come non lo sono tutte le diversità.

Tuttavia lo spazio pubblico è ancora disertato dall’affettività omosessuale, non si può attraversare, la pena da pagare va dalla semplice ammenda degli sguardi morbosi e giudicanti fino alla pena capitale. Anche lo spazio privato è fatto a macchia di leopardo, ci sono luoghi in cui puoi dichiararti e vivere chi sei, in cui come singolo coppia o famiglia hai la possibilità di espressione e luoghi in cui devi tacere e negarti. Ancora spesso la famiglia di origine non è luogo immaginario accessibile a tutti: qualcuno sa, qualcuno finge di non sapere, con tutte le possibili declinazioni della menzogna. Sentiamo ancora il bisogno di espansione degli spazi pubblici perché diventino sempre più praticabili anche quelli privati. Le differenze lgbtqi hanno confini su cui premono ormai a centinaia per estendere il ristretto spazio delle mura di casa, o per far coincidere la mappa della città intera con quella che segnala territori accessibili da quelli che non lo sono. L’esistenza di nicchie in cui rifugiarci è come vivere in una riserva indiana, o come un parco faunistico circondato da una rete a maglie fitte. Per quanto siano grandi i recinti nulla gli toglierà la loro natura di gabbia..

E’ dai 18 anni, col coming out del mio amico fraterno che frequento omosessuali uomini, grazie al quale ho sviluppato il gay radar, come chiamiamo scherzosamente l’abilità al riconoscersi, che però da allora mi ha segnalato solo la diffusione l’omosessualità maschile. La prima lesbica “dichiarata” l’ho conosciuta a 30 anni eppure ho frequentato l’università, i centri sociali, ma ricordo di aver visto coppie lesbiche solo durante il Gay Pride. Quando frequentavo Viterbo, conoscevo solo due lesbiche dichiarate che hanno avuto pesanti ripercussioni sulla vita privata e lavorativa per la loro esposizione. Nei mesi in cui io e la mia compagna abbiamo vissuto a Orvieto eravamo le uniche ad andare in giro senza nascondere di essere una coppia. Sui siti di incontri tra donne c’erano decine di annunci nella zona, ma tutto si svolge su un livello sotterraneo..mentre nelle metropoli si allargano gli spazi di agibilità, l’immensa provincia italiana è ancora un luogo da cui i ragazzi scappano per poter vivere la propria socialità.

Le metropoli (con alcune eccezioni di piccole città mappate come gay friendly) offrono spazi di socialità che sono anzitutto luoghi di consumo. L’arcigay nazionale notava con dispiacere che durante expo non si era compreso il potenziale di consumo della comunità gay. A fronte dei locali gay o gay friendly, solo una minima parte investe sulla cultura, sulla ricerca di identità. Si diffonde socialmente una cultura gay da supermercato, perfettamente integrata con lo spirito del capitalismo, in cui si consuma lo spazio della città e ci si consuma gli uni con gli altri. Abbiamo bisogno di una socialità altra svincolata dalle regole del mercato del divertimento e di quello sessuale, in cui anche le relazioni sono una merce tra le altre, di spazi di dibattito in cui collegare la gestione politica della nostra specificità con tutte le altre, di immaginare un mondo in cui ognuno possa vivere senza doversi attenere ai ristretti confini della normalità che pone categorie rigide.

Entrando in contatto con giovani donne lesbiche le trovavo così coraggiose nel dichiararsi nel gruppo dei pari, tra i colleghi di università ma per me fin troppo integrate in tutti gli altri aspetti del proprio agire quotidiano. L’essere portatori di una differenza non necessariamente significa interrogarsi sul concetto stesso di differenza o lottare per abbattere le barriere che recludono in compartimenti anche gli altri. Non è sufficiente la condizione di omosessuale uomo o donna per volere un mondo diverso. Ci sono centinaia di omosessuali perfettamente inseriti in questa società, che ne accettano le convenzioni sociali per tutto quello che eccede la propria condizione, ridotta ad esprimere il gusto sessuale, l’omosessualità diventa un’eccezione relativa rispetto alla norma che nulla dice della persona nelle sue altre dimensioni. Mi sono chiesta allora il senso delle battaglie sui diritti degli omosessuali: verso quale mondo ci dirigiamo?

Come superare la parzialità delle proposte ritenute socialmente accettate tra i gay e le etichette che ci permettono di integrarci? Perché è normale che un parrucchiere sia gay e non un muratore, o piuttosto un affermato stilista e non un insegnante? Quale è il significato della parola comunità gay? Per qualcuno si avvicina di più a quello di lobby …

Ci interessa solo difendere i nostri diritti cercando di spostare avanti quel confine che ci separa dalla normalità, per fare in modo che includa anche noi? ci interessa poter vivere l’omosessualità senza subire discriminazioni, censure e autocensure, e questo cosa cambia rispetto agli altri? Reclamare diritti in questo contesto è ancora una battaglia utile, ma non è che un passo, una forma di resistenza necessaria, perché siamo ben lontani dal momento in cui i bisogni di tutti saranno rispettati e accolti dalle collettività, qualunque sia l’età il genere la provenienza, la condizione culturale o sociale della persona che li esprime. La tensione si estende verso la costruzione di un mondo in cui non ci saranno diritti da reclamare perché nessuno dovrà concedere qualcosa a qualcuno.

Abito oggi le piazze del Gay Pride come molti hanno fatto prima di me. Questo mi mostra quanta strada è stata fatta, ma anche quanta ce c’è ancora da fare perché diventiamo davvero liberi. Sono convinta che non lo saremo mai se continueremo a cercare di tutelare il nostro orticello, se lotteremo unicamente perché la discarica dell’esclusione si sposti solo un po’ più in là, a contaminare il territorio di qualche altro gruppo sociale. La libertà o è per tutti o è per nessuno, non è un modo per ritagliarsi un angolino personale o di gruppo all’interno di una società che esclude se non noi, qualcun altro. Non può bastare essere accettati, non può bastare che le maglie dell’inclusione comprendano oggi questo domani quell’altro gruppo, e ne escludano altri. Finché ci sarà il cerchio chiuso dell’inclusione a cui chiediamo di accedere, esisterà un fuori un margine in cui cacciare qualcuno altro.

Per me il gay pride di quest’anno è stato speciale, per la prima volta non era in solidarietà ai diritti degli altri ma era per me stessa, mano nella mano alla mia compagna. Durante la marcia mi ha fatto piacere leggere cartelli con scritto “l’omofobia è maschilismo”, eppure bisogna considerare quanto ne siano impregnati anche i rapporti omosessuali sia maschili che femminili, che non sono esenti dalla cultura maschilista in cui siamo cresciuti. Perché tra i gay uomini checca isterica nomina negativamente un omosessuale dalla voce e atteggiamenti “effeminati”? perché tra le donne la ricerca di abbigliamento o modalità di relazione maschili è associato il concetto di forza? Non dobbiamo rinunciare alla ricerca di identità libere da stereotipi, che rifiutino profondamente le strutture di potere nei rapporti tra i generi, la costruzione partecipata e agita di ruoli preconfezionati.

Dopo anni di relazioni etero e un matrimonio alle spalle, sono arrivata a scoprire e a vivermi la mia omosessualità intorno ai 40 anni, e non accetto di nascondermi agli occhi di nessuno. Forse è perché sono adulta e non ho vissuto la paura di sentirsi diversi nell’adolescenza, come mi ha detto un’amica paragonando le nostre storie, forse perché dopo tanti anni di persistente senso di infelicità non localizzata ci si sente di aver finalmente messo a posto un tassello fondamentale su cui non si è disposti a trattare. Eppure non mi basta, se penso alla famiglia che sto costruendo con la mia compagna, il riconoscimento del nostro diritti è ancora troppo poco. Non lotto per entrare in questa società con le carte in regola, ma per cambiare le regole del gioco, per tutti. Bisogna avere il coraggio di vivere come vogliamo, sempre, di praticare oggi il mondo che vorremmo, accettando il conflitto che deriva dalle nostre divergenze col pensiero di chi ci sta intorno, dal vivere le nostre differenze senza chiedere il permesso, scontrandoci con i rischi a cui questo ci espone, cercando e trovando compagni su questa strada in cui non siamo soli. Bisogna vivere il più possibile come nel mondo che vorremmo, coscienti della distanza che ci separa da esso, è in questo modo che lo andiamo costruendo.