Noi, la vita quotidiana e le Corporation di Anna Torre

di A. Torre

Ogni giorno le nostre vite sono controllate da altri, le nostre  scelte quotidiane vengono affrontate all’interno di un numero ristretto di possibilitá. Sono le Corporations i grandi arbitri delle nostre vite e ció che appare banale come la scelta di una merenda a metà pomeriggio é il frutto di sottrazioni di terre ai nativi, deforestazione, compromessi con le industrie chimiche e la farmaceutica.

Il tutto perchè noi  viviamo un mondo in cui 500 aziende controllano il 70%delle scelte alimentari; in cui le dieci grandi sorelle controllano qualsiasi prodotto, qualsiasi  marca arrivi all’interno dei supermercati. In cui i piccoli agricoltori sono stati cacciati dalle proprie terre, in particolare le donne. Abitiamo in un mondo in cui i residenti hanno perso il controllo delle proprietà comuni e private. Se prima il controllo era su come produrre e cosa produrre,  da un certo punto in poi le multinazionali hanno iniziato  ad investire sulla proprietà della terra,sull’acquisto di terre su larga scala.

L’industria alimentare controlla direttamente le risorse come controlla le sementi.  Ogni multinazionale ha almeno una relazione incrociata con un’altra e quindi nell’insieme condividono il controllo del mercato dell’industria delle sementi. Tutte le multinazionali condividono le licenze per i brevetti transgenici, è quasi un monopolio.

Nella definizione di essere vivente c’è la riproduzione mentre le sementi ogm non si riproducono,  gli è stato tolta la risorsa rigenerativa.

Le corporations  che hanno il controllo dell’industria alimentare coincidono con quelle che producono prodotti chimici ( diserbanti, fertilizzanti concimi, ma sono le stesse che producono medicine per gli esseri umani e animali). I prodotti alimentari venduti ogni giorno sugli scaffali dei nostri supermercati  vengono arricchiti di conservanti e additivi (legame ulteriore con l’industria chimica).

Il problema è per noi come raggiungere un modello di produzione alimentare giusto e sostenibile. Siamo noi, contro lo sviluppo illimitato: contro il consumismo e la globalizzazione capitalista. Viviamo in un’epoca antropocentrica,  l’epoca nel quale il sistema capitalista ha modificato l’ecosistema in una proporzione inedita; in accordo con il mercato ha condannato alla miseria milioni di persone, abbiamo condannato all’estinzione intere specie  animali, milioni di animali sono costretti a vite indegne per essere destinati al consumo.

 

Il capitale è bulimico.

Come viene  ben detto nella carta del contratto sociale del Rojava  “ognuno ha il diritto di vivere in un ambiente  salubre  basato sull’equilibrio ecologico”, questo concetto è fondamentale.

In questo momento come tante altre volte nella storia sembra che non ci rimanga che correre:  correre più veloci della repressione, correre più veloci dei  cambiamenti  in atto causati dal riassetto capitalistico, correre e proteggerci per difenderci . Le comunità esercitano sempre il loro diritto alla autoprotezione contro i tentativi di fagocitazione del capitale ma dobbiamo stare attenti, la difesa nella chiusura non è sempre positiva perché non rischiamo solo la repressione ma soprattutto l’assimilazione e la disgregazione.

“Gli esseri umani non sono la specie più forte del pianeta ne la più veloce e forse neanche la più intelligente, l’unico vantaggio che abbiamo è la capacità di cooperare, di aiutarci a vicenda. La negazione della natura e la limitazione all’azione collettiva sono direttamente collegate alla coercizione sulla libertà individuale, tutto l’insieme finisce con in  negare un esistenza attiva.”(S.Torre in Dominio natura democrazia).

In poche parole le montagne della val susa e la negazione di quegli spazi sono direttamente collegati alla libertà di scelta individuale e collettiva degli abitanti della val susa, far credere che esista una natura opposta all’uomo, finisce nella società capitalista per negare la possibilità di un’esistenza per ogni individuo partecipe solidale e con libertà di scelta.

Io vivo nel paese di Santa Fiora che è stato comprato dall’Enel per la copertura dei debiti del comune, una fetta del monte Amiata comprato da una piscina. La natura ancora una volta negata. Le sue piante, i suoi animali, i suoi uomini. La nostra libertà.

 

Ci sono oggi due concezioni di questo territorio che si scontrano:

  •  quella delle Corporations che quando guardano all’Amiata vedono un gran bacino d’acqua e la sua centrale riscaldante naturale, il vulcano. Risorse da utilizzare, terra da depredare con la geotermia e probabilmente altro;
  •  quella nostra, di donne e uomini che l’Amiata lo amano, che volenti o nolenti, ne abbiamo la percezione che ne hanno gli altri animali, un grande parco naturale in cui vivere rispettandone l’equilibrio per salvaguardare noi stessi.

Dobbiamo renderci conto che in questi territori non è piú possibile ragionare come se fossimo chiusi in una stanza in cui ci sono discussioni che riguardano soprattutto la disposizione dei mobili. Sembra che non ci si accorga che le pareti avanzano e che nessuna ridislocazione dei mobili  può fermarla.

Oggi più che mai non possiamo volare basso, stare in territori di difesa perché le pareti ci stanno schiacciando dobbiamo essere rivoluzionari, non possiamo essere conservatori dobbiamo sperimentare uscendo da territori sicuri con nuovi progetti e tentativi.

Bisogna trovare soluzioni che siano in armonia con l’ambiente e tra gli uomini considerando che esiste una comune rete della vita che lega gli uomini e gli altri animali. Bisogna costruire un’etica della vita che sia in opposizione con ogni forma di dominio dell’uomo sulla donna dell’uomo sulla natura, dell’uomo sui bambini degli esseri umani sugli altri umani negando il possesso su cose ed esseri viventi.

E’ tutto da costruire e bisogna arrivarci insieme, pensare la terra come comunità come succede nelle  comunità  indigene in lotta. Pensare la comunità come un organismo ci costringe ad essere in costante comunicazione con l’ambiente intorno a noi le ricadute di questo discorso sono ricadute pratiche, bisogna porsi obiettivi più alti non bisogna rinunciare al sogno, tenendo i piedi ben piantati nell’analisi del reale.

L’uomo era una scimmia vegetariana, si nutriva di frutta anche se spesso ci hanno raccontato il cotrario, le Corporation ci hanno trasformato in mangiatori di hamburger e succedanei dei vari alimenti, il punto non è soltanto in che cosa ci trasformeremo, il punto è come non farci trasformare, il punto è cambiare ottica, non è decidere che fare sulle nostre cose le nostre piante i nostri animali, né pensare di poter tornare indietro ad una società ideale contadina anche perché non aveva niente di ideale.  Vengo da una famiglia di origine contadina  e mio padre si era emancipato studiando e studiando aveva capito le contraddizione della società rurale da cui proveniva. Non possiamo tornare indietro.

Dobbiamo dare fastidio, finchè non diamo veramente fastidio con le pratiche, con nostri canali di produzione, distribuzione, di scambio di beni materiali e non, rimaniamo una alternativa tra le altre che rischia di essere assimilata come è già successo col biologico e come sta avvenendo col vegan. Da questo sistema di sfruttamento se ne esce se non sfruttiamo niente e nessuno, se siamo per un etica della vita. Dobbiamo avere il coraggio di non correre ma camminare, in difesa non possiamo fare altro  che rispondere alle parole, ai tempi, ai ritmi delle Corporation. È essenziale aprirci alle nuove idee, delle società contadine mutuare la concezione del buon vicinato e trasformarla in Cooperazione, solidarietà sociale, partecipazione, per far si che la nostra quotidianità sia libera da chi vuole decidere su di noi, etica e per usare una parola che non si usa più: giusta; di quella giustizia che non è solo reclamare diritti, perchè in questa visione le Corporations hanno il diritto di reclamare un pezzo di terra di cui disporre ma di quella giustizia che è decisione comune, che tiene conto del bene di tutti.