narrazione del corpo

di S. Nicolosi

 

 

Quando ci troviamo davanti ad uno specchio, sappiamo di essere noi e non una persona che ci

scruta attentamente, perché sin dall’infanzia[*] abbiamo sviluppato la capacità di riflettere su noi

stessi. Grazie a questa capacità organizziamo un sistema esplicito (consapevole) di conoscenze e di

informazioni che ci riguardano, che ampliamo quotidianamente, con cui riusciamo anche ad

esprimere delle opinioni su noi stessi, ad autovalutarci e a presentarci agli altri, partendo dalle

caratteristiche corporee per arrivare a quelle più astratte. Questa capacità consente a ciascuno di

formare un sistema del Sé[**].

La base sulla quale costruiamo coscientemente la rappresentazione che abbiamo di noi stessi è

comunque fisica, riguarda cioè il nostro corpo (aspetto, salute e forma fisica, peso corporeo,

competenze sportive). Il corpo è la fonte delle prime necessità che proviamo, è il primo mezzo che

utilizziamo per la nostra crescita intellettiva, è il primo oggetto che descriviamo di noi stessi

nell’infanzia. Sin dalla nascita, costruiamo quindi una rappresentazione del nostro corpo che

comprende aspetti cinestesici, sensoriali, emotivi, immaginari, ideativi, relazionali. Tale

configurazione non può prescindere dall’immagine sociale del corpo, cioè dal modo in cui

pensiamo che gli altri ci vedano.

La nostra condizione esistenziale è “incorporata” e questo non solo è imprescindibile, ma

costituisce la piattaforma delle elaborazioni concettuali che ci riguardano e che concorrono a

formare una parte importante dell’identità (il sistema del Sé, appunto). In particolare, il concetto di

sé fisico o Physical Self­Concept, è una parte del più generale concetto di Sé, che comprende

aspetti descrittivi, percettivi e valutativi delle esperienze che riguardano il nostro corpo (Marsh,

1993; Meleddu e Scalas, 2003).

 

 

La descrizione del corpo è dunque una parte essenziale della definizione complessiva che ciascuno

di noi produce di se stesso. Le percezioni relative al corpo si formano attraverso l’esperienza di

interazione con l’ambiente e sono influenzate specialmente dai rinforzi ambientali e dalle relazioni

interpersonali per noi significative. Proprio perché il Physical Self è un Sé “pubblico” (Fox, 1997),

un mezzo che ci consente di mostrarci agli altri, questa narrazione comprende anche il modo in cui

riteniamo di essere percepiti e valutati dagli altri.

 

In questo caso, il concetto di Sé fisico non comprende soltanto dati provenienti da fatti evidenti,

ma soprattutto il modo in cui questi vengono interpretati dal soggetto. Non parliamo quindi solo di

caratteristiche visibili a tutti, come ad esempio il colore della pelle, dei capelli, l’altezza, il peso o

la muscolatura, ma di aspetti soggettivi, legati al modo in cui si elaborano queste informazioni

relative al corpo, al modo in cui si valutano e si sentono. Si tratta di un processo che coinvolge

quindi l’autostima, l’insieme delle valutazioni che esprimiamo su noi stessi, e le emozioni che

proviamo per il nostro corpo.

L’epidermide è soltanto il confine fisico di un corpo, che viene affiancato, superato e a volte

sovrastato, da un altro tipo di confine, quello psicologico, che stabiliamo attraverso

un’elaborazione personale delle esperienze legate al corpo. Modifichiamo il confine tra noi e gli

altri, quando gli permettiamo di avvicinarsi a noi o li vorremmo allontanare. Spostiamo in avanti

nel tempo il confine psicologico del corpo, quando lo immaginiamo nel futuro. Sovrastiamo il

nostro confine fisico, quando spingiamo (o vogliamo spingere) il nostro corpo oltre le sue

possibilità, in una prestazione sportiva estrema o esasperiamo (o vogliamo esasperare) il nostro

aspetto esteriore.

La relazione con il corpo implica quindi un processo continuo di scambio tra l’immagine fisica e

l’immagine percepita e sentita del Sé fisico, tra i confini fisico e psicologico.

 

narrazione del corpo 2

narrazione del corpo 2

 

Secondo Higgins (1987), l’individuo rappresenta le proprie caratteristiche (incluse naturalmente

quelle corporee) in tre dimensioni: considera cioè le caratteristiche che ritiene di possedere nel

momento in cui le valuta (Sé reale), quelle che desidererebbe possedere (Sé ideale) e infine quelle

che ritiene di dover possedere (Sé del dovere). Ciascuna di queste rappresentazioni si articola

seguendo due punti di vista, il proprio e quello altrui. Nella valutazione di sé, ciascuno di noi

valuta la distanza esistente tra queste dimensioni. Cioè considera ciò che sente di essere, ciò che

vorrebbe essere e ciò che dovrebbe essere, anche nelle diverse prospettive di valutazione

(propria/altrui). Le discrepanze percepite danno luogo a specifiche conseguenze emotive. Mentre,

infatti, una contrapposizione tra sé reale e sé ideale – valutata in base al fatto che il soggetto

ritenga o meno di poterla risolvere – può portare a sentimenti di delusione, depressione,

frustrazione e ad una minor autostima, una contrapposizione tra sé reale e sé del dovere può dare

luogo a sensi di colpa, imbarazzo e ansia.

La consapevolezza di tali discrepanze è resa particolarmente intensa dal grado di autocoscienza

privata, ossia dalla tendenza a mettere a fuoco i propri stati d’animo e i propri sentimenti. Le

discrepanze tra il sé reale e le proiezioni possibili dei nostri sé futuri influenzano in maniera

importante anche il grado di autostima, cioè il modo in cui valutiamo noi stessi.

 

Si genera un processo valutativo che riguarda ovviamente anche il corpo. Ciò produce una risposta

emotiva che viene modulata in base al modo in cui l’individuo vede il proprio corpo (o le parti del

proprio corpo), a come vorrebbe che fosse e a come ritiene che questo debba essere. Un altro

livello di valutazione riguarda ciò che l’individuo ritiene pensino gli altri del suo corpo o di ciò che

ritiene di dover possedere per soddisfare le aspettative delle persone significative (o rispondere a

determinate pressioni sociali).

La componente valutativa del corpo sembra essere, quindi, essenzialmente integrata alla

componente descrittiva. Alcuni autori, ad esempio, sostengono che non sia possibile distinguere,

sul piano pratico, i due aspetti (Harter, 1999). La narrazione del corpo diventa elemento di

accettazione o di rifiuto, come risultato della percezione di un’immagine corporea costruita

attraverso il proprio punto di vista e quello altrui.

 

A qualsiasi cambiamento fisico, naturale o indotto dall’esterno, corrisponde un’elaborazione

psicologica individuale che parte da una narrazione del corpo. Tuttavia, mentre nei cambiamenti

naturali il soggetto può adattarsi progressivamente e rielaborare cognitivamente la propria

immagine corporea, nei cambiamenti indotti (ad esempio attraverso la chirurgia estetica) ciò

ovviamente non avviene in maniera graduale.

Un intervento chirurgico che modifica una parte (più o meno estesa) dell’aspetto fisico, può essere

motivato da un problema che ostacola la qualità della vita e quindi il miglioramento estetico viene

fortemente desiderato e immaginato. In vista di questo cambiamento, un individuo costruisce e

ricostruisce mentalmente un possibile sé corporeo attraverso il quale spera di migliorare non

soltanto una parte del proprio corpo, ma anche il grado di benessere che è legato a tutte le

esperienze che coinvolgono il corpo e le sue funzionalità.

La voglia di cambiare il proprio aspetto attraverso la chirurgia, può derivare però non da un

problema fisico, ma da un’insoddisfazione per il proprio corpo o per una parte di esso e condurre al

desiderio (o all’ossessione[***]) di riuscire ad avere un certo aspetto, con precise caratteristiche. Per

comprendere quanto sia rilevante la questione è sufficiente pensare che, secondo i dati forniti

dall’AICPE[****], nel 2014 in Italia ci sono stati più di un milione di interventi di chirurgia estetica

(con un aumento del + 6,2% rispetto al 2013) e negli USA 15,6 milioni.

 

L’insoddisfazione per la propria immagine costituisce un aspetto chiave del problema e dovrebbe

essere oggetto di attenzione da parte di diverse categorie professionali, non solo degli psicologi.

Secondo la prospettiva della ricerca psico­sociale, la ricerca di un corpo idealizzato può derivare

da diverse cause sia soggettive sia sistemiche. La convinzione che per essere accettati e avere

buone relazioni sia necessario conformarsi a specifici standard estetici, differenti per gli uomini e

per le donne, e la necessità o l’ossessione di apparire per essere, possono avere origine da riflessi di

natura culturale e da una comunicazione mediatica che oggettivizza e mercifica ogni aspetto

dell’esistenza di un individuo.

Il messaggio, però, viene interiorizzato e veicolato dai singoli, che diventano “portatori” di

credenze e di stereotipi che sostengono l’esistenza di specifiche immagini corporee accettabili. Ad

ogni ruolo sociale, ad ogni professione, ad ogni età della vita, ad ogni orientamento sessuale, ad

ogni singola e presunta unicità corrisponde una visione generalizzata del comportamento,

dell’aspetto fisico, degli interessi, dei bisogni (e naturalmente un pacchetto di prodotti legati a quel

tipo di consumatore).

 

Se assumiamo una prospettiva educativa, che si pone nell’ottica della prevenzione primaria,

diventa necessario rendere consapevoli questi processi, conoscere il modo in cui si formano e in

cui ci influenzano, in cui ci appaiono come un’idea che abbiamo avuto o come un nostro bisogno

irrinunciabile. È necessario almeno sapere.

Sapere come funzionano questi processi – a livello personale e sociale –; comprendere la

profondità che riescono a raggiungere, arrivando a definire una parte sostanziale della nostra

identità. Sapere per trovare il modo di determinare un cambiamento. Sapere che le pressioni sociali

sul corpo non devono tradursi necessariamente in un “dover essere”, ma che quest’ultimo è sempre

il risultato di una nostra personale elaborazione. La narrazione del corpo è un atto con cui

definiamo e ridefiniamo costantemente la nostra unicità.

 

 

Bibliografia citata:

  • American Psychiatric Association (2014). DSM­5. Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi

Mentali. Quinta edizione. Milano: Raffaello Cortina.

  • Bandura A. (1999). Social­cognitive Theory of Personality (pp. 185­241). In Cervone D. and

Shoda Y. (Eds.), The Coherence of Personality: Social­cognitive Bases of Consistency, Variability,

and Organization. New York: Guilford.

  • Caprara G.V. e Cervone D. (2003). Personalità. Determinanti, dinamiche, potenzialità. Milano:

Raffaello Cortina.

  • Fox K. (Eds.)(1997). The Physical Self. From Motivation to Well­Being. Champaign, IL: Human

Kinetics.

  • Harter, S. (1999). The Costruction of the Self. A Developmental Perspective. New York: Guilford.

Higgins E.T. (1987). Self­discrepancy: A theory relating self and affect. Psychological Review, 94,

319­340.

  • Marsh H.W. (1993). Relations between global and specific domains of self: The important of

individual importance, certainty and ideals. Journal of Personality and Social Psychology, 65,

975­992.

  • Meleddu M. e Scalas L.F. (2003). La molteplicità del sé. Disagio emotivo, vissuto corporeo e

adolescenza. Roma: Carocci.

  • Shavelson R.J., Hubner J.J., and Stanton G.C. (1976). Validation of construct interpretations.

Review of Educational Research, 46, 407­441.

 


 

 

[*] Nello sviluppo tipico di un bambino, il processo di riconoscimento della propria immagine riflessa in uno specchio

inizia a circa 9 mesi e si completa ad un anno e mezzo circa.

[**] Il concetto di Sé è la percezione che una persona ha di se stessa, “Self­concept is a person’s perception of himself”

(Shavelson, Hubner e Stanton, 1976). Inoltre, per Sé non intendiamo una “entità unitaria” (Caprara e Cervone, 2003,

p.164), ma un insieme di processi che operano tra loro “come parti di un sistema coerente” (Bandura, 1999, cit. in

Caprara e Cervone, 2003, p. 165), che viene definito appunto sistema del Sé o Self System.

[***] In casi più gravi, si desidera modificare il proprio corpo chirurgicamente a causa di una dispercezione

dell’immagine corporea, come il disturbo di dismorfismo corporeo (che nel DSM­5 rientra nello spettro dei disturbi

ossessivo­compulsivi). A questo stadio del problema o comunque nel momento in cui una persona decide di sottoporsi

ad un intervento di chirurgia estetica, è necessaria una seria ed ampia valutazione psicologica delle sue caratteristiche

di personalità, delle motivazioni e della qualità della vita percepita. I cambiamenti provocati dagli interventi di

chirurgia estetica dovrebbero essere seguiti da un’elaborazione armonica della percezione dell’immagine corporea ed

essere collegati all’intero sistema del Sé. Ovviamente, una valutazione psicodiagnostica approfondita (non attraverso

un semplice questionario di autovalutazione), può prevenire ulteriori disagi alla persona, oltre che aiutare ad

individuare problemi di natura psicologica o psichiatrica.

[****] Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica