In Attesa, sul Confine - Salvo Torre

di S. Torre

Ceuta e Melilla sono due famose enclaves del territorio spagnolo situate sulle coste settentrionali del continente africano. Si tratta di due permanenze dell’esperienza coloniale, due piccole entità che hanno mantenuto il proprio status anche dopo l’indipendenza marocchina.

Da quando una piccola parte dello smisurato esercito di esclusi creato dalle politiche neoliberali ha iniziato a cercare una vita più decente, migrando verso Nord e iniziando a premere sui confini europei, Ceuta e Melilla sono tornate agli anni in cui erano colonie penali, destinate soprattutto agli oppositori politici. Dalla fine degli anni Novanta del Novecento, infatti sono diventate uno dei tanti casi di strutture territoriali recintate; sono due dei molti luoghi sul pianeta in cui il confine è ridiventato tangibile, si è trasformato in un muro invalicabile, controllato costantemente da militari e dispositivi tecnologici avanzati. Fortezze che impediscono l’accesso non la fuga.

Per tutti è poi diventato normale, negli ultimi anni, vedere le immagini di migranti che cercano di arrampicarsi sulle reti di divisione inseguiti dalla polizia, ricacciati dall’altra parte o consegnati all’esercito marocchino, mentre alcuni giocatori di golf proseguono incuranti la loro partita a pochi metri di distanza. Immagini che rendono chiara in modo semplice, diretto, brutale, la struttura dell’Europa-fortezza, spiegano con semplicità il senso del muro che l’Ungheria sta costruendo sul confine meridionale o quello della guerra contro i barconi condotta nel Mediterraneo. I poveri fuggono in cerca di una vita migliore, i privilegiati difendono il proprio benessere mantenendo i migranti nell’anonimato di uno spazio di vita liminale. Come ha chiarito Abdelmalek Sayad, la presenza di persone estranee (i non-nazionali) è diventata essenziale per gli stati occidentali. Il confine inghiotte chi lo attraversa, non libera nessuno, mantiene in uno stato di sudditanza e di difficoltà, alimenta le separazioni interne alle società ricche, facilitando i processi identitari e fornendo alibi per la creazione di ecologie della paura, per la caccia al nemico interno. Aiuta anche nella creazione di quello che Marx definiva l’esercito industriale di riserva.

La questione di fondo è che cercare di spiegare Ceuta e Melilla, cosa siano i loro confini, è estremamente difficile per chi, come la maggior parte di noi, è cresciuto all’interno di una cultura che proponeva un mondo costruito secondo uno schema razionale, in cui la distribuzione degli stati sul territorio possedeva un senso storico e geografico preciso e facilmente percepibile. L’età postcoloniale è anche quella in cui gli stati europei si rappresentano attraverso una narrazione che elimina dal passato l’esperienza coloniale o la relega ad una fase incerta, in cui le grandi questioni della democrazia non erano presenti nel dibattito politico. Non tutti ricordano con immediatezza che l’età coloniale si può considerare conclusa solo alla fine degli anni Sessanta del Novecento, mentre ancora oggi esistono territori il cui statuto è direttamente riferibile alla colonizzazione europea.

Ceuta e Melilla però possiedono dei confini di terra tra Europa e Africa. Capire cosa siano dei confini terrestri tra le due entità non è facile, soprattutto se si usano gli strumenti della costruzione razionale postcoloniale. Se poi le carte geografiche rappresentano la massima espressione dell’idea moderna di razionalità del mondo, la questione diventa ancora più difficile, perché significa che l’Europa confina a Sud con l’Africa.

Quella linea di terra tra Europa e Africa è quindi una permanenza coloniale, ma è diventato anche una presenza chiarificatrice dell’essenza del confine attuale, della sua intima natura. Il confine non ha nulla a che vedere con la permanenza delle vecchie categorie nazionali, ma ha mantenuto una relazione molto stretta con l’idea del potere.

Del confine terrestre, Carl Schmitt, il teorico dell’Ordine della Terra, diceva che era essenziale per l’affermazione del potere, sosteneva che la Terra fosse madre del diritto perché consente di stabilire i confini, mentre l’ampiezza del mare determina una libertà eccessiva. Nella tradizione politica occidentale però, l’opposizione all’idea della difesa dell’identità nazionale proposta da Schmitt è stata l’idea di democrazia universale di Hans Kelsen, che sosteneva la necessità che gli stati si evolvessero in una struttura che garantisse l’estensione dei diritti a tutti i popoli del pianeta. Se utilizziamo le categorie novecentesche, i confini territoriali rappresentano un ostacolo all’estensione dei diritti, all’inclusione in un’unica sfera globale di protezione di tutta l’umanità, mentre garantiscono la difesa del potere, come rappresentato nel modello del potere territoriale di Schmitt. Le grandi potenze che si difendono dai migranti esercitano una forma di potere che si esplica esattamente sui confini, come previsto dal modello schmittiano e dalle istituzioni totalitarie, ma la loro costituzione è profondamente cambiata, soprattutto perché oggi non hanno bisogno del reale sostegno delle masse.

Si tratta di un conflitto che si sta giocando sulla possibilità di movimento delle persone, ma anche sull’idea stessa di libertà politica. Nella società attuale la libertà di circolazione non è consentita agli esseri umani, ma solo a merci e capitali, secondo un presupposto neoliberale in cui i governi devono garantire l’esistenza dello spazio economico non di quello sociale.

Seguendo questo principio, il conflitto tra libertà di movimento e difesa dell’integrità territoriale che si svolge sui confini delle aree ricche del pianeta è diventato in realtà un conflitto permanente tra democrazia universale e sovranità, che potrebbe determinare una forte instabilità. Ciò perché i movimenti che si battono per differenti forme di integrazione o per riformulare l’idea di cittadinanza, in realtà partecipano già ad un conflitto sulla democrazia universale. Il motivo è che indicano l’unica alternativa possibile a questo schema: uno spazio politico aperto come alternativa allo Stato moderno.

Il principio di funzionamento dei nostri stati è esattamente quello di Schmitt, il nomos di chi è proprietario della terra, impone il confine e lo gestisce. Siamo giunti però ad un punto più avanzato, il nostro nomos è creato direttamente dall’economia, non riconosce più neanche il diritto individuale che stava alla base del pensiero illuminista. In più non si tratta di un diritto traducibile in forme politiche: il confine è diventato essenziale per l’esistenza dell’Europa, perché è rimasto l’unico prodotto che la tiene ancora in piedi.

Le vite di confine dei migranti segnano però la nostra fase storica più di quanto sembri. Se Schmitt ha vinto nella proposizione del puro potere territoriale sui confini nordafricani, lo scontro con l’idea di democrazia universale è destinato ad essere perso definitivamente dal sistema europeo. Nessun sistema può infatti mantenersi a lungo in questo modo, senza ricorrere a svolte autoritarie o crollare sotto il peso di nuove forme sociali.