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di A. Torre

E’ un maiale in un bar, un cane nel giardino condominiale, un Messicano negli Stati Uniti, un Africano in Italia, un Siriano in Austria, una mamma che cerca in un negozio una giacca a vento accessibile per il figlio cresciuto, una giacca a vento troppo vecchia che arriverà in un paese troppo caldo per poter essere usata, dei genitori che non faranno vaccinare il figlio, due donne e due uomini che si baciano per strada, una famiglia sfrattata dalla propria casa, un bambino al parco che nessuno fa salire sulla giostra che ferma quella dannata ruota e poi non sale.

Ogni giorno qualcuno “che non dovrebbe” nonostante tutto sorpassa i confini, piccoli e grandi, travalica i limiti del conosciuto per avventurarsi nell’ignoto spinto da una urgenza che è più forte di qualsiasi paura, lo fa sempre più spesso da solo o con qualche amico o familiare.

Una ricercatrice non asservita alle Coorporation che fruga nei nostri geni per trovare una cura contro il cancro, un artista senza un soldo che crea un enorme murales, un bambino senza scuola che quando è pronto impara a leggere e scrivere nel momento in cui decide di decifrare quel mondo di simboli che è intorno a lui, non per costrizione ma per necessità, di più ancora una volta per urgenza.
Per quel qui e ora che ci rende rivoluzionari, che ci fa fare scelte coraggiose e mette tutto il nostro corpo a disposizione del cambiamento.
UN QUI E ORA che ci fa desiderare di passare il confine e agognare la “frontiera”, il territorio non colonizzato che tanto ci spaventa, che tanto meno ci spaventerebbe se fossimo insieme.
Vorrei oltrepassare il confine e passare la frontiera insieme a voi, soffrire finalmente di agoràfobia, pagare questo scotto, per poter uscire da un quotidiano abitato solo da singolarità anche quando siamo insieme in tanti, sempre più spaventoso e claustrofobico.
E’ a questo stato di claustrofobia che ci siamo assoggettati, agli spazi angusti del nostro essere antisistemici senza essere rivoluzionari che ci siamo costretti desiderando a tutti i costi che le nostre teorie corrispondessero alla realtà per il terrore di non riuscire a leggerla; mentre la teoria a tratti diventava una scatola troppa stretta per comprendere il reale.

Credo che adesso più che mai non possiamo abdicare al nostro essere rivoluzionari, non possiamo più essere conservatori perchè non esistono più territori da difendere ma confini su confini.
Adesso più che mai non ci resta che sperimentare, uscendo dai territori sicuri, approdando in territori inesplorati e si, insicuri, con nuovi progetti, tentativi, nuovi sbagli da correggere, nuove grandi narrazioni o tante piccole narrazioni da accordare, verificare, collegare per costruire nuove strategie di lotta e mondi nuovi per oltrepassare ancora una volta insieme l’odiato confine, restituendogli il suo reale significato di superficie controllata da un soggetto e varcare la frontiera.