di D. Parducci

I popoli si muovono, incontrano, conoscono e tramite queste azioni si evolvono, accrescono i saperi, mutano, inaugurano e trasformano usanze, costumi, norme e istituzioni. Se questo processo costruito su scoperta, confronto e arricchimento cessa, si determina un processo di cristallizzazione in cui tutti gli elementi propri della comunità diventano rigidi come statue di marmo, la comunità stessa rischia l’estinzione.

 

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Usanze o tradizioni

Le culture sono reti di significato costruite attraverso l’esperienza, l’interazione all’interno di contesti nei quali agiscono fattori economici, storici, geografici, tecnologici, quindi mutano col tempo, assieme alle società entro cui si trovano. Le società, le comunità non siedono immobili in angoli polverosi, ma sono nel mondo e si trasformano attraverso fattori di conoscenza, relazione, conflitto. Le usanze, termine a cui sempre più spesso viene sostituito il termine tradizioni, nascono e vengono praticate attraverso ritmi e necessità economiche e sociali ben determinate. Il tramandare queste conoscenze e memorie attraverso il tempo, implica sempre un passaggio “di mano in mano”, da una generazione ad un’altra. Queste usanze vengono costantemente reinterpretate.

Significa che l’uso della “tradizione” come garanzia di immobilità sociale, di preservazione e antidoto al cambiamento è impossibile, per natura. La visione delle usanze come immutabili è quindi innaturale, o meglio, è frutto di una precisa volontà di immutabilità dell’ordine esistente, funzionale al mantenimento di privilegi ed interessi di un ben determinato gruppo di persone a discapito delle altre. L’insistenza nell’uso della parola “tradizione” ha un fine reazionario, è strumento per la riproduzione sociale e non elemento costitutivo di identità e di cultura.

 

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Identità e cultura

Gli elementi costitutivi di un’identità non possono essere immutabili rituali, né avere un’identità può solamente consistere nel ripescare usi, attrezzi, alimenti dal passato e metterli sotto braccio per una passeggiata nel presente. Avere un’identità è incontrare e conoscere alterità, incrociare e fondere elementi culturali differenti, dando vita a strumenti costitutivi dell’identità stessa. Ma l’alterità e la diversità non albergano in terre lontane e misteriose da esplorare con sherpa e taccuini. L’alterità e la diversità non le fanno le barriere naturali o le ormai logore delimitazioni nazionali, ma nascono negli stessi territori in cui viviamo, nelle infinite possibilità di scambio e relazioni che abbiamo oggi.

La questione non sta nella scelta tra vecchio e nuovo, assegnando ad uno dei due l’accezione di giusto o sbagliato. Il punto è decidere, in un’epoca dominata dall’economia in cui il mercato globale ha palesato la sua bulimia distruttiva e la sua incapacità di determinare felicità, cosa è bene per noi, per il pianeta in cui viviamo, per il territorio che abitiamo. Dire che questo modello di sviluppo non è accettabile non significa essere luddisti. Lottare contro la disumanizzazione del presente non vuol dire aggrapparsi a immagini del passato. La visione di un passato mitico non solo non è corretta, ma cerca facili antidoti alle paure e alle solitudini del presente bypassando le contraddizioni che quest’epoca ci pone.

È necessario costruire un futuro dove non solo gli esseri viventi siano in armonia tra loro, ma che preveda uno sviluppo in sintonia con il pianeta che li ospita. Per fare questo abbiamo bisogno sia di tutto il patrimonio di emancipazioni sociali, di genere, di cittadinanza costruito fin’ora, sia del superamento delle dinamiche di dominio e sudditanza, per poter vivere nel mondo liberi e felici.