Rivoluzione Salvo Torre

Rivoluzione Salvo Torre

 

Rivoluzione

di Salvo Torre

 

 

Le teorie della rivoluzione non sono nate, in genere, per comprendere le rivoluzioni, ma per organizzarle. Ciò seguendo l’idea, tipica della modernità occidentale, che la storia abbia dei nessi causali evidenti che possono essere manipolati ad arte; oppure quella, per la verità più antica, che alla fine tutti gli squilibri debbano trovare una soluzione. Le rivoluzioni però sono rimaste un caso difficile del nostro pensiero, un insieme di vicende che non si può collocare su un piano preciso, confinate nell’esplosione del momento rivoluzionario e stemperate, dopo, nella paura del caos.

Perché tutte le rivoluzioni sono disordine, caos, abbandono della tradizione per l’invenzione di altro, in genere della nuova tradizione. Non si dovrebbe dunque accettare il principio per cui si possono teorizzare o pianificare le rivoluzioni.
Il nostro tempo, ad esempio, è proprio quello della rivoluzione nascosta, negata, muta, dell’idea che non si possano più interpretare nemmeno i fenomeni sociali né teorizzare forme di cambiamento, a rischio di essere individuati come criminali, devianti. È la fine delle grandi narrazioni, di quell’idea che la nostra storia avesse una finalità o fosse guidata da forze superiori. Ciò potrebbe essere un bene, eppure l’idea del raggiungimento di una stasi storica universale è stata contraddetta dall’esplosione di un’epoca in cui si sono sovrapposti, una serie di mutamenti di portata tale da non poter essere definiti in altro modo che rivoluzioni. Un numero strabiliante che si è succeduto ad un ritmo frenetico. E tutte le nostre ultime rivoluzioni non sono rimaste mute, sussurrano ancora piano che il nostro mondo non ha più nulla a che vedere con quello di due decenni fa.

Di fronte alla rivoluzione, all’esistenza di un concetto primitivo di cambiamento radicale, ci si pone allora la domanda se sia possibile una filosofia della rivoluzione o, in una sua forma ridotta, una teoria politica delle rivoluzioni. Per quanto ci siamo imposti di non considerare utile la programmazione, di non accettarne le implicite teleologie, la rivoluzione non può che essere una filosofia, un pensiero costruito che ci consenta di inventare un mondo. Lo è perché impone la presenza degli opposti – ciò che è stato cancellato da una rivoluzione e ciò che è stato costruito –, della successione cronologica – ciò che era prima e ciò che è dopo –, ma anche dell’ambiguità. La prima, la più evidente proviene proprio dalla sua esistenza, dall’idea che esista un processo composito di distruzione e rinascita, di mutamento che per principio definiamo, senza spiegazioni: rivoluzione.

Prima e dopo la rivoluzione, si pone una frattura, specificamente una frattura nell’ordine del tempo, proprio per questo è una frattura nell’ordine delle cose, che presuppone a sua volta un ordine dei tempi che – direbbe Derrida – il logos occidentale nella sua più intima essenza ci ha imposto. Però se esiste un ordine delle cose è, evidentemente, perché esiste la possibilità che venga infranto, disarticolato e riaggiustato nel verso giusto, in quello che pensiamo, noi tutti, sia il verso giusto. Perché la rivoluzione è individuale e collettiva, è un processo di mutamento che presuppone la reciprocità dei partecipanti. Adesso, dunque, di fronte ad un tempo il cui funzionamento è con ogni evidenza sballato, non si può pensare che non ci soccorra una filosofia della rivoluzione o che una piccola teoria politica delle rivoluzioni non ci indichi un sentiero alternativo al nostro tempo dissestato.

Questa volta però si sono poste le premesse perché il lavoro di riaggiustamento dell’ordine del tempo sia più problematico, in parte perché la crisi sociale e quella ecologica sono così intimamente legate da essere indistinguibili – bisogna risolvere il problema della fame, quello dello sfruttamento, quello della distruzione della biosfera, ma la questione di fondo è che non sono problemi diversi –, in parte perché le nostre teorie politiche non bastano più, non ci soccorrono al momento giusto né ci indicano quale parte del nostro ordine vada risistemata. In realtà sembrano dirci che la questione a questo punto è veramente radicale e richiede un salto nel vuoto. Quel tipo di attività che in genere ci porta verso il caos.

La nostra rivoluzione, la più radicale, presuppone il non essere più ciò che siamo stati finora, come appartenenti a comunità, come pensatori, come produttori, come consumatori. Non essere tutto ciò che siamo stati è una negazione assoluta, una scelta irrevocabile, e l’unica possibilità per uscirne è comprendere che apparteniamo integralmente a qualcosa per nostra costituzione, apparteniamo a qualcosa che ci consente solo di partecipare non di dirigere, non ci consente di costituire un nuovo ordine delle cose.

Probabilmente la questione è difficile da digerire, perché in effetti, nella nostra realtà conosciamo un solo sistema fisico che si alimenta del caos per costituire forme di equilibrio variabile: la vita.