di Salvo Torre

 

Nel 1968, in piena esplosione dei movimenti antisistemici statunitensi, la prestigiosa rivista Science pubblicò un articolo scritto dal demografo Garrett Hardin destinato a trasformare il dibattito sull’aumento della popolazione. Il saggio si chiamava The Tragedy of the Commons (la tragedia dei beni comuni) e proponeva un modello teorico, costruito su un’esperienza storica, per giustificare l’esigenza di un intervento statale nella regolazione delle nascite. L’esempio utilizzato era però di tipo economico, in quel saggio l’autore sosteneva anche che è impossibile gestire i beni produttivi collettivamente, anzi che ogni ipotesi di questo tipo è destinata al fallimento. Non era solo una critica al collettivismo espressa in piena guerra fredda, si trattava dell’espressione di una valutazione storica delle società umane che è ancora largamente condivisa. Hardin riteneva, in sintesi, che senza un sistema di regolazione esterna, nel caso specifico lo stato moderno, gli individui sono destinati a danneggiarsi reciprocamente.

L’esempio fornito dallo studioso era quello dei terreni comuni adibiti a pascolo nell’economia inglese di età moderna, i commons. In quel modello, un numero limitato di pastori utilizzava dei terreni comuni per un numero ridotto di animali; ogni pastore gestiva i propri animali e cercava di garantire la sopravvivenza della propria economia, senza possedere un terreno privato. Non appena si fosse presentata una fase di benessere però ognuno di loro avrebbe tentato di aumentare al massimo il numero di capi di bestiame da far pascolare sui terreni comuni, per aumentare il proprio guadagno. Hardin sosteneva che tale aumento sarebbe stato realizzato da tutti i pastori contemporaneamente, producendo una pressione eccessiva sui terreni ed una conseguente crisi generale del sistema locale del pascolo collettivo. L’essenza della tragedia classica non risiede nell’infelicità dei protagonisti, ma nell’ineluttabilità degli eventi, quindi l’autore utilizzava il termine tragedy per sottolineare il fatto che la gestione comune dei beni deve andare in ogni caso incontro al proprio destino. L’autore considerava ogni ipotesi di gestione comune delle risorse sostanzialmente destinata al fallimento in tempi relativamente brevi, anzi suggeriva che tutto ciò che viene considerato bene pubblico dovesse essere tutelato da forme di controllo all’accesso. Il bene comune nella sua più intima essenza dovrebbe essere protetto dall’incapacità delle comunità di autoregolarsi. Per quanto molti esempi della nostra storia recente mi possano portare a solidarizzare con Hardin, credo che il problema di fondo del suo ragionamento, più che l’inesistenza del problema che ha posto, sia proprio la soluzione, la necessità che gli individui siano disciplinati e tutelati da un’autorità che gli impedisca di farsi del male.

Il problema è in fin dei conti un tema classico delle riflessioni sulla società umana, risolto però negli ultimi tre secoli non con una critica alla spasmodica ricerca dell’affermazione individuale, ma con la ricerca di una soluzione che potesse garantire la perpetuazione dei comportamenti dannosi e ridurne l’impatto. Hardin aveva posto un grande problema, quello della relazione tra risorse e quantità di popolazione, in altri termini era uno dei primi a considerare il fatto che non c’è una quantità illimitata di pascolo per tutti i pastori del pianeta, così come non c’è un numero illimitato di pesci o di riserve di carbone. Aveva commesso lo stesso errore di valutazione di molti economisti: scambiare i comportamenti competitivi con le esigenze biologiche di sopravvivenza. Se tutti i pastori cercano di aumentare il numero degli animali riducono le risorse e non riescono più a mantenere i propri animali. Da un punto di vista economico però nessun allevatore si imbarcherebbe in un’impresa del genere solo perché esiste la possibilità di farlo, la motivazione di una tale scelta è sempre una maggiore richiesta dei beni prodotti (sono vegetariano e quindi, nel mio personale modello, ipotizzo che tale richiesta sia quantomeno una maggiore quantità di formaggi o di lana).

L’errore teorico era anche storico, una decina di anni dopo Susan Buck Cox ha dimostrato che il problema rappresentato dalla crisi dei commons non era l’ineluttabile predestinazione al fallimento, ma un processo storico inquadrabile come un’aggressione da parte della nuova economia al vecchio sistema. Il fallimento di quel sistema iniziò quando non riuscì più a contenere le nuove politiche degli stati ‒ proprio le autorità invocate per risolvere il problema ‒ e il processo di privatizzazione dei terreni. Sarebbe interessante anche ragionare un po’ sul fatto che lo stesso tipo di fenomeno che Marx e molti economisti classici avevano notoriamente considerato come uno dei momenti di nascita dell’economia capitalistica abbia prodotto la crisi di un sistema pluricentenario di gestione collettiva dei terreni.

Garrett Hardin suggeriva l’idea che non ci fosse alcuna alternativa alla regolazione esterna, perché gli individui non sono in grado di anteporre il bene collettivo alla soddisfazione dei bisogni individuali. Nella tradizione occidentale moderna la regolazione esterna è ovviamente rappresentata dallo stato, il momento più alto dell’evoluzione storica hegeliana, ma si tratta anche della struttura che è entrata in crisi in seguito ai mutamenti degli ultimi decenni. La crisi ci consente allora di rileggere l’intera ipotesi secondo un’ottica diversa, provando a considerare il fenomeno dal punto di vista ambientale, osservando anche la straordinaria stabilità che ha dimostrato. I pastori per secoli hanno modificato i ritmi naturali, cercando di compensare il loro intervento di riorganizzazione della biosfera locale con l’accrescimento della produttività biologica. Se le mucche o le pecore vengono lasciate da sole, il loro numero diminuisce a dismisura, in qualche caso sono effettivamente inutili o incapaci di riadattarsi (perché inebetite da secoli di relazione con gli esseri umani), quindi si estinguono, ma nella maggior parte dei casi il loro numero si stabilizza in relazione alle risorse locali ed alle esigenze della biosfera locale. Tutto il ragionamento che sta alla base della Tragedy of the Commons si scontra con una realtà osservabile, con l’esistenza cioè di un modello concreto cui riferirsi per costruire un sistema che riesca ad ottimizzare le risorse comuni. Il limite che mostra l’insieme di questo dibattito è rappresentato proprio dalla mancanza di attenzione alle forme di regolazione naturale. Le comunità ecologiche infatti non hanno il problema della regolazione esterna nell’uso dei beni comuni, anzi la suddivisione dell’energia complessiva è il principio che ne guida il funzionamento, è il bene comune e necessario per eccellenza. Sotto questo aspetto si può analizzare un modello ampiamente funzionante e testato per milioni di anni.

La storia recente ha dimostrato che la regolazione esterna operata dagli stati è destinata in effetti a fallire miseramente, di fronte agli interessi sovranazionali, a quelli dei gruppi e perfino a quelli individuali. La vasta trama di corruzione che sorge intorno allo smaltimento illegale dei rifiuti in tutta Europa è una dimostrazione dell’evidenza del fallimento; in quel caso il concetto di bene comune è abbondantemente superato dagli interessi privati. Probabilmente il modello di Hardin potrebbe essere rivisto con l’apporto di strutture sovranazionali, ma il problema è più semplicemente culturale e dipende dall’assenza di una prospettiva specifica. Abbiamo relegato le comunità ecologiche all’esterno degli interessi umani e reciso il legame che manteneva l’equilibrio generale. È indubbio che la tensione alla soddisfazione individuale ha portato a casi eclatanti di sfruttamento delle risorse, ci sono innumerevoli esempi relativi alla distruzione di comunità ecologiche causate dalla ricerca del profitto, basti pensare ai casi di discariche abusive, sversamenti tossici nelle acque dei fiumi o più semplicemente alla pesca e alla caccia di specie protette. Sostenere che il problema sia la necessità di una sovraregolazione non sembra però portare ad alcuna soluzione. Il problema infatti sussiste lo stesso sia perché nella maggior parte dei casi il consumo dell’ambiente è dipeso da comportamenti errati di istituzioni sia perché la sovraregolazione spetta propriamente ai processi di dominio, che come abbiamo visto sono stati il presupposto della distruzione di buona parte della biosfera. Si tratterebbe cioè di sottrarre i beni collettivi alla autoregolazione degli individui per affidarla ai processi generali di dominio. Tutto ciò senza considerare l’enorme ostacolo rappresentato nelle stanche democrazie occidentali degli ultimi decenni dalla ricerca del consenso. In questo senso le categorie ecologiche sono il nuovo limite della democrazia, non in quanto necessità inderogabili, principi secondo cui si potrebbe decidere al di fuori del confronto collettivo, ma proprio perché sottovalutare la dimensione ecologica delle scelte politiche conduce ad una sottrazione radicale, priva di precedenti, di spazi democratici.

Si arriva però ad un punto in cui l’esigenza individuale non ha più alcun significato in relazione alla crisi complessiva ed irreversibile del sistema, perché se tutti i comportamenti tendono all’esaurimento delle risorse, il risultato è uguale per tutti. Non c’è interesse individuale in assenza di beni collettivi, perché in assenza di questi non ci sono risorse né possibilità di sopravvivenza delle comunità. Ciò non significa che inevitabilmente saremo costretti a recuperare modelli di vita premoderni, ma che a fondamento del nostro attuale modello di organizzazione risiede un altro tipo di tragedia, quella del confronto con un’esigenza soffocata in tutti i sistemi sociali degli ultimi due secoli, cioè la violazione dei principi della democrazia ecologica. Ciò che stiamo già iniziando a fare è domandarci come abbiamo fatto a produrre un sistema che non risponde ad alcun principio di conservazione e che quindi non presuppone l’attività di immaginare un futuro.