di Gennaro Avallone

 

‘Avevamo una camera in comune’: un’espressione che in tanti, nella loro vita, hanno potuto utilizzare ricordando un periodo del passato, una convivenza. Ma cosa vuol dire avere o avere avuto e vissuto in una camera in comune? Cosa vuol dire avere uno spazio in comune, uno spazio da condividere e, quindi, costruire ed occupare insieme ad altri?

In primo luogo, vuol dire essere con gli altri, porre o, comunque, trovare un limite alla propria libertà di azione, all’arbitrario agire individuale, al fare, in altre parole, ciò che si vuole. Avere una camera in comune vuol dire che, almeno in quella sezione di spazio, bisogna entrare in relazione con l’altro e i limiti ma anche le risorse che egli porta con sé, oggettivamente, solo per il fatto di essere lì, presente insieme a noi. Solo per il fatto di essere parte costitutiva, ineliminabile, di quella dimensione spaziale, che, al tempo stesso, è una dimensione sociale. Avere una camera in comune vuol dire, in altri termini, essere costretti, anche non volendo, a confrontarsi con un limite e ad affrontarlo, in qualche modo, ma, in ogni caso, a vederlo, toccarlo, gestirlo.

In questo rapporto oggettivo, la principale difficoltà sta nel riconoscimento, soggettivo, del rapporto stesso. Per chi si trova a vivere questa situazione il primo ostacolo da affrontare non è di tipo materiale, fisico, sensibile, ma riguarda la dimensione cognitiva e sociale, si riferisce alla possibilità ed alla volontà di accettare che un limite è posto. In questo senso, l’altro non è un limite-ostacolo da abbattere o verso cui essere indifferenti, ma è costitutivo del proprio essere in quello spazio, è parte delle proprie possibilità concrete di azione e pensiero. L’esperienza dell’avere una camera in comune costringe a fare i conti con gli altri, ma, soprattutto, con il rapporto con gli altri. Questa esperienza rende lo spazio e la propria presenza al suo interno come fatti relazionali e, al tempo stesso, sociali. Ciò che è comune è, in modo costitutivo, in-comune, mette in relazione, costringe al confronto ed alla condivisione, sia pure conflittuale. Il comune è, dunque, un in-comune, anche se questa condizione si scontra con la libertà individuale, con la volontà di dominio presente negli individui della modernità, rendendo difficile il suo riconoscimento e, quindi, la determinazione di uno scarto, di un nuovo rapporto con ciò che è comune.

Avere una camera in comune vuol dire, in secondo luogo, che non si è soli; che, almeno potenzialmente, c’è un altro con cui condividere un’esperienza o delle esperienze. L’essere in-comune ha una forza oggettiva, si determina oggettivamente, ma può manifestarsi anche sul piano soggettivo. In ogni momento, anche in modo non programmato, la dimensione del comune si può dispiegare in un rapporto sociale orientato alla cooperazione. L’essere in-comune diviene una manifestazione del vivere il comune. Avere una camera in comune vuol dire, dunque, avere la possibilità di creare insieme ad un altro una condivisione, indirizzando, in un senso o in un altro, le potenzialità presenti in quello spazio, facendo delle scelte, reversibili, sul suo utilizzo. Lo spazio comune assumerà, in questo modo, caratteri costruiti insieme, sarà l’esito di una cooperazione. In questo senso, maggiormente politico, il comune si presenta come lo spazio e l’esito della cooperazione sociale, come un progetto da costruire e non come un ambito già dato. Il comune è, anche, potenzialità, fondata sulla cooperazione.

In terzo luogo, il fatto di soffermarsi sull’espressione ‘avevamo’, al passato, vuol dire che la dimensione comune costruisce una memoria del comune, ma anche che la stessa memoria diviene una dimensione comune. Non c’è comune senza memoria e, dunque, storia ed esperienza del comune e dell’essere in-comune. La profondità della storia influenza il comune, soprattutto la sue possibilità di produzione futura e, quindi, di riconoscimento. La memoria apre uno spazio al futuro, evidenziando le potenzialità del comune, non solo nella dimensione del ricordo ma, soprattutto, nella possibilità di costruire ed alimentare una relazione con il futuro, con ciò che potrebbe venire.

In conclusione, ‘avevamo una camera in comune’ vuol dire condividere, negoziare e costruire insieme, in modo più o meno conflittuale, le modalità di convivenza, le modalità di esperienza di ciò che è comune. E sulla questione della conflittualità vorrei soffermarmi in conclusione. Avere una camera in comune non vuol dire che l’esperienza del comune sia consensuale. Chi ha fatto l’esperienza quotidiana di vivere in una stanza in comune sa che la tentazione alla fuga, alla rinuncia di quella dimensione per una in cui si sta da soli, può emergere spesso. La ricerca di uno spazio non in comune, proprio, privato – quindi, deprivato e depurato dalla presenza altrui, dai limiti connessi a quella presenza – è sempre attiva. La tensione a cancellare l’altro, a metterlo tra parentesi, andando via, lasciandolo, separandosi, ma anche a sopprimerlo o a ridurlo in un angolo angusto, come si fa per gli spazi lasciati liberi in un armadio in comune, è sempre presente.

Il comune, dunque, si presenta come una possibilità, una potenzialità, oggettivamente esistente, che richiede un impegno, prima di tutto un riconoscimento, per la sua affermazione. Il comune non è uno stato definitivo né un equilibrio da raggiungere e mantenere in modo definitivo. Il comune rappresenta una tensione, che si contrappone a quella che lo vuole annichilire o ridurlo ad un corollario dell’arbitrarietà.