di A. Torre

 

La partecipazione alle comunità storicamente esistite ha chiesto un prezzo, la libertà, è facile che una comunità diventi di tipo conservativo.

La comunità è sinonimo di sicurezza, “assenza di comunità significa assenza di sicurezza.

Quanto siamo disposti a pagare per ottenere sicurezza?

Esiste libertà senza sicurezza? In questa condizione qualsiasi impulso, alla riflessione, alla critica, alla sperimentazione è difficile che possa sorgere anzi gli elementi esterni vengono percepiti come minaccia.

I centri sociali si sono mai trasformati in comunità?

Si sono mai posti in alternativa alla società nel senso di proposta comunitaria antagonista?

Redfield individua tre fattori determinanti che contraddistinguono la comunità: peculiarità, piccola dimensione, autosufficienza. I centri sociali alla loro nascita erano senza dubbio peculiari rispetto ad altre forme di aggregazione interne alla società: “la differenza tra noi e loro è totale” ; piccoli, in grado di essere visti in tutta la loro interezza da tutti i membri; ma i centri sociali non erano e non sono autosufficienti, la ricerca della autosufficienza è sempre stata una ricerca latente.

La comunità centro sociale come luogo di unione si opponeva alle spinte societarie individualistiche degli anni ’80. Ciò che contraddistingue questo particolare tipo di comunità è il fatto di essere partiti individualmente da un disagio nei confronti dell’esistente, da un grido di indignazione rispetto a ciò che accadeva nel mondo. Di più, perché dopo l’indignazione o la rabbia o entrambe, ci si chiedeva cosa si poteva fare per cambiare il mondo….

Quanto si è riuscito a costruire, in termini di tempi e spazi differenti e in opposizione al capitale mentre si combatteva la battaglia per resistere? La comunità centro sociale ha esercitato il suo diritto alla protezione contro i tentativi dello Stato/società all’assimilazione o alla disgregazione. Quanto più la comunità esercitava il suo diritto alla protezione tanto più gli abitanti del territorio/quartiere riconoscevano il centro sociale come una delle architetture della città, parte del paesaggio urbano. La comunità veniva assimilata dalla città come una delle sue forme.

Creare comunità isolando i suoi membri attraverso la paura è una delle armi in mano alle forze di destra, viene sbandierata l’esistenza di un nemico da cui è necessario difendersi.

Il centro sociale si è trovato di fronte a nemici reali ma si è anche trovato di fronte ai limiti del fare comunità. Se la sicurezza era la condizione necessaria per riuscire di nuovo a dialogare in assenza di movimenti sociali, all’interno della comunità stessa ci si sottraeva il diritto ad impedire le pressioni comunitarie. Il prodotto degli individui della comunità era un surplus di pressione che diveniva sottrazione di libertà per la comunità stessa.

La nostra ricerca è sempre ricerca di “una migliore forma d’umanità”, tensione costante tra pluralismo e universalità, tra differenza e coesione, sicurezza e libertà. “Sviluppare assieme forme di convivenza comune” questo è uno degli obbiettivi che da sempre inseguiamo.

Dice Avallone: ”La comunità è un’unità pre-esistente alle singole volontà. Per questo motivo, è un organismo vivente, definito da una base organica, posta in connessione, dunque, con l’intera realtà che lo determina.”

Pensare la comunità come organismo ci costringe ad assumere una concezione differente, un organismo è autosufficiente ma ha bisogno di essere in costante comunicazione e collegamento con la realtà circostante. Pensare oggi la comunità significa ripensare quei criteri di autosufficienza che nei centri sociali sono rimasti discorso latente; significa tensione alla comunità come sogno mai raggiunto e sempre trattabile, progetto mai chiuso perchè in connessione con il reale; significa pensarsi come esploratori che viaggiano nella città e tornano dalla spedizione con scoperte diverse,la libertà di imparare, di muoversi autonomamente, la molteplicità di scoperte diviene beneficio collettivo, patrimonio comune.

La nostra forza, la nostra libertà stà nel pensarci come generatori di nuovi valori e forme di vita, che sono comprese nelle nuove forme orizzontali.

Essere sogno di comunità e mai comunità.